di Alessandro Fugnoli
da Il Rosso e il Nero (settimanale di strategia di AbaxBank)
Il lunedì i giornali mostrano le foto dei depositanti di Northern Rock in coda per ritirare i loro soldi e ammiccano per l’ennesima volta al 1929 dietro l’angolo. Il martedì la Fed abbassa i tassi di mezzo punto (in realtà di un quarto, dal momento che i Fed Funds trattavano già al 5 per cento da tempo). Il mercoledì i mercati azionari arrivano a un soffio dai massimi storici e si preparano a superarli (all’SP 500 manca solo l’uno per cento).Anche in marzo eravamo passati dalla recessione ai massimi storici con notevole agilità, ma erano comunque occorse cinque settimane. Nel 1998 ci vollero quatto mesi (l’apocalisse planetaria in agosto, i massimi storici a inizio dicembre). Nel 1987 lo stesso percorso richiese 22 mesi (crash nell’ottobre 1987, nuovo massimo storico nell’agosto 1989). Nel 1929, quello vero, il nuovo massimo storico arrivò nel 1954, 25 anni dopo. Bisognerebbe studiarlo di più, il 1929, prima di evocarlo a sproposito. La ciclotimia del mercato induce a qualche riflessione. La prima è che il mondo è ancora troppo a leva e ancora abbondantemente liquido. I 1929 veri portano a un crollo della lunghezza della leva e all’uscita definitiva dal mercato di una moltitudine di operatori, individuali e istituzionali. La seconda considerazione è che la volatilità è destinata a crescere ancora nel tempo. La crescita bassa degli Stati Uniti, destinata a protrarsi per parecchi anni, è la causa di questo fenomeno. Pochi decimali al di sopra del due per cento e siamo nella magia di Goldilocks, con l’azionario che si libra spensierato nel cielo azzurro dell’espansione dei multipli. Pochi decimali al di sotto del due per cento e siamo alla velocità di stallo, quella che fa scendere in picchiata l’aereo fuori controllo, con allegri corollari come il crollo del dollaro, la sovraproduzione dell’Asia e la stagflazione. Naturalmente la Fed punta a Goldilocks e ha tutta la strumentazione tecnica per arrivare all’obiettivo, come vediamo in queste ore. C’è però una differenza tra la Goldilocks dei mercati, che include l’espansione ininterrotta dei multipli e tende alla sopravalutazione dell’azionario, e la Goldilocks della Fed, che include un targeting del prezzo degli asset fatto di case in lento ribasso e di azioni in lento rialzo. Il taglio aggressivo da parte della Fed si spiega con due preoccupazioni, una di breve e una di medio termine.
La prima è la necessità di ridare ossigeno alle banche, oberate dalla reintermediazione e, in alcuni rari casi, a rischio di crisi di fiducia. La Fed (come la Bank of England) onora in queste ore il giuramento di Ippocrate che la obbliga a prestare soccorso a chi è in effettivo pericolo di vita (se solvibile) anche se fino a poco prima ne ha criticato aspramente i comportamenti. I medici devono sgridare i pazienti che si mettono a rischio, possono minacciare di non curarli, ma se la malattia arriva a un punto critico devono fare di tutto per salvare la vita. Chi invoca l’Ottocento come il paradiso in cui l’azzardo morale veniva punito con il massimo della pena si vada a studiare l’Ottocento reale, con tutti i suoi innumerevoli salvataggi bancari, spesso pasticciati, arbitrari, politicamente motivati e in molti casi torbidi. La seconda ragione del taglio è il prezzo delle case, che deve scendere lentamente. Le case, in America, valgono una volta e mezzo la ricchezza finanziaria e, a differenza di questa, sono comprate a debito. Un bear market immobiliare troppo aggressivo avrebbe sicuramente conseguenze pesanti sui consumi, ovvero sul 70 per cento del Pil. Il taglio dei tassi riduce il costo dei mutui e, di conseguenza, il numero delle insolvenze e delle case che vengono riprese indietro dalle banche e messe in vendita a prezzi stracciati. Greenspan (che il mercato ha il pessimo vezzo di non prendere più sul serio) ha ragione quando dice che non è importante la crisi delle costruzioni, bensì il prezzo delle case. Costruire di meno riduce l’offerta di case e rallenta la discesa dei valori immobiliari. L’America può resistere meglio a un azzeramento dell’edilizia (che a furia di contrarsi è il 3.5 per cento del Pil) che a una caduta veloce del prezzo delle case. Il taglio aggressivo della Fed ha portato il mercato ad adottare all’unanimità la tesi dell’inizio di un lungo ciclo di ribassi (da cui si fa derivare, il passo è breve, l’inizio di un lungo ciclo di rialzi azionari). L’idea è suggestiva, ma in questo contesto non ha molto senso disegnare percorsi di ribassi con date e quantità quando la Fed stessa non sa in questa fase che cosa farà di qui a un mese. Certo, in un contesto di inflazione sotto controllo la Fed ha ancora spazio. Ce l’ha perché, per qualche mese, l’inflazione tornerà ad essere del tipo che abbiamo visto tra 2003 e 2005 e cioè più da materie prime che salariale. L’inflazione salariale, con il tasso di disoccupazione in leggera risalita, non dovrebbe dare particolari preoccupazioni. Anche il petrolio esuberante, poi, in questo momento non dà troppi problemi. Noi da qui vediamo 82 dollari con tendenza al rialzo, ma gli americani (e la Fed) vedono la benzina a 3.50 con tendenza stabile.
E’ in corso infatti una marcata contrazione dei margini di raffinazione. I quali margini, però, sono estremamente volatili. Fra qualche mese potrebbero tornare a salire e a manifestarsi in termini di inflazione finale. I mercati sono stati rapidi nell’adeguarsi alla maggiore flessibilità manifestata dalle banche centrali. Ci sono però situazioni interessanti. I tassi interbancari a tre mesi sono scesi rapidamente in queste ore, ma devono scendere ancora. Passa da qui qualsiasi ipotesi di normalizzazione del mondo dei crediti. Per i crediti di migliore qualità è possibile qualche ulteriore erosione dello spread sui governativi, ma è sulle qualità basse che si possono comprare occasioni. In questo segmento è possibile che ci sia un ulteriore deterioramento dei fondamentali, ma in compenso si profila un ripristino della liquidità che, da solo, può fare risalire i prezzi. Pensiamo ai subprime, ma non solo. Mentre da una parte molte banche si affannano a dichiarare con orgoglio di non averne e, se ne hanno, cercano di liquidarli, dall’altra nascono da parte di soggetti specializzati fondi dedicati cheintendono invece approfittare della situazione e investire in distressed bonds. Non ci spingiamo a suggerire l’acquisto di crediti di bassa qualità, ma chi si trova in questo momento ad averne in portafoglio dovrebbe aspettare avenderli. Sui cambi niente fa ancora pensare a un’inversione di tendenza sul dollaro.
La nostra idea di fondo è che o starà fermo a 1.40 o si indebolirà (in questo caso lentamente), ma con ogni probabilità non si rafforzerà. Sulle borse si è creato nelle ultime ore un mix esplosivo. Short e sottopesati si sono spaventati. In un mercato momentum driven è pericoloso stare dallaparte sbagliata. In più in molti devono avere pensato che fine anno si avvicina e che le borse potrebbero salire fino ad allora.In realtà, pur pensando che il 31 dicembre le borse saranno più in alto di adesso, riesce difficile ipotizzare un rialzo lineare e continuo, anche perché le valutazioni comincerebbero presto a diventare aggressive. Ottobre e novembre potrebbero essere movimentati. Ora il mercato pensa che il prossimo Fomc ci regalerà un altro taglio dei tassi, ma la Fed potrebbe anche saltare un turno, soprattutto nel caso in cui l’azionario fosse ai massimi storici. L’ipotesi del rinvio a dicembre del secondo taglio potrebbe essere stata negoziata con i cinque falchi del Fomc in cambio del taglio di 50 e non di 25. C’è poi la questione dei finanziari. Dai primi casi di trimestrali già pubblicate si notano headline dignitose, ma scendendo nei dettagli si vede un certo lavoro di cosmesi. Il mercato è ancora molto sottopesato sul settore, che anche dopo il forte rimbalzo di queste ore ha spazio di recupero, ma ben difficilmente si tornerà, di qui a fine anno, sui massimi dei mesi scorsi.In sintesi, i livelli azionari attuali sono difendibili. Se ci fermiamo qui, a un soffio dai massimi, non ci sarà bisogno di un consolidamento. Se invece il momentum trascinerà le borse ancora più su, prima di dicembre faremo in tempo a vedere una correzione.


