Archivio per Luglio 2007

Estate tropicale sui mercati

di Daniela Braidi 

Un breve acquazzone e via, poi torna il sereno. Un operatore arriva a ipotizzare un’estate all’insegna del “clima tropicale” per i mercati finanziari, ossia “di movimenti intensi ma altrettanto rapidi”. Alla fine, però, potremmo ritrovarci in una posizione migliore in autunno, pronti a cavalcare la volata finale delle borse che di solito accompagna la fine dell’anno. La turbolenza estiva, infatti, “dovrebbe consentire ai prezzi dei bond governativi di stabilizzarsi e alle Borse di prendere fiato di tanto in tanto”. 

Cambi, obbligazioni e azioni sono tutti un po’ sotto pressione. Sul fronte valutario il dollaro continua a perdere terreno e c’è chi nelle prossime settimane lo vede anche a 1,40 contro l’euro, un valore mai violato prima. Situazione delicata anche sui bond, dove aumenta il premio al rischio per quelli aziendali in favore di quelli governativi, mentre a Wall Street il Dow Jones è a cavallo di nuovi record storici nonostante utili in frenata e un’economia che corre più lenta del previsto (la Fed ha appena ridotto le stime). Senza contare che il rialzo del greggio potrebbe spingere le banche centrali a aumentare i tassi più del previsto in ottica anti-inflativa. E poi ci sono le mai sopite  tensioni geo-politiche che potrebbero creare nuovi scossoni.

Anche il Fondo Monetario Internazionale ha messo in allerta gli investitori annunciando di attendersi nei prossimi mesi un aumento della volatilità sui mercati finanziari, con rischi maggiori nel settore del credito e in particolare per i prodotti finanziari legati ai mutui subprime Usa (i prestiti con alta remunerazione ed elevata insolvenza, ndr). E’ vero tuttavia, rassicura Jamie Caruana, responsabile del dipartimento Monitoring and Capital Markets del Fmi, che “i rischi sono per ora globalmente contenuti, la volatilità dei mercati è stata bassa per un lungo periodo e quella che osserviamo è in realtà una volatilità media a cui non eravamo più abituati”. 

Tre bolle

 di Alessandro Fugnoli
Il Rosso e il Nero (settimanale di strategia di AbaxBank)

La prima bolla di cui parliamo è quella dei crediti. E’ una bolla che ha raggiunto nel suo punto massimo proporzioni consistenti e che sta sgonfiandosi sotto i nostri occhi a grande velocità.
Il mondo dei crediti è composto da tante cose. Ci sono i corporate bond tradizionali, i bond emergenti, gli asset backed (tra i quali i famigerati subprime). Poi ci sono, cresciuti come funghi negli ultimi tempi, i finanziamenti (più o meno cartolarizzati) legati a operazioni di fusione e acquisizione di aziende (o a project financing), tra cui quelle promosse, in genere a leva elevata, da fondi di private equity, fondi hedge eccetera.

Tutto questo mondo ha goduto in questi anni di condizioni sempre più favorevoli, con spread sempre più piccoli e tendenti a zero rispetto ai tassi dei titoli governativi e disponibilità molto abbondante di liquidità. Di queste condizioni si è usato e abusato. Molto si moraleggia in questi giorni sull’avidità dei prenditori, ma se si vuole metterla sul piano delle colpe ci sembra che ne abbiano di più i finanziatori. Tra questi non ci sono infatti vedove incaute e orfani ingenui bensì istituzioni finanziarie real money di ogni tipo, sicuramente maggiorenni e dotate di uffici studi a volte sontuosi.
Tra i finanziatori il mercato sta punendo in questa fase soprattutto le banche d’investimento, perché sono l’obiettivo più facile. In realtà, come dicevamo, è il real money finale che alla fine risulterà colpito. Le banche d’investimento sono soprattutto originatori che collocano sul mercato. Certamente avranno qualcosa in magazzino e certamente subiranno un certo rallentamento di alcune loro attività nei prossimi mesi, ma non per questo le loro prospettive sono diventate improvvisamente fosche.

Lo scoppio della bolla dei crediti sta avvenendo comunque con una certa razionalità. Gli emergenti, che godono di fondamentali eccellenti, sono meno colpiti e chi gode di un flusso di notizie particolarmente positivo, come in questi giorni Islanda e Turchia, ne beneficia come in tempi normali. Anche nel mondo corporate c’è una certa selettività, anche se si nota qua e là un certo accanimento, per esempio sui finanziari. L’emotività prevale invece tra i collateralizzati e, in queste ore, nel mondo dei buyout a leva, dove l’avversione al rischio è completa e i finanziatori, fino a tempi recenti ansiosi di comprare a qualsiasi spread, sono spariti nella foresta.  

Il senso di quello che avviene ci sembra questo. Non siamo al capolinea dei crediti. Non siamo alla vigilia di un bear market drammatico come quello seguito allo scoppio della bolla del 2000. Non siamo però nemmeno a un banale incidente di percorso, a un’ondata di paura momentanea destinata a rientrare completamente. Siamo a un repricing una tantum, più che dovuto, destinato a restare ma non ad aggravarsi oltre. Nelle aree più colpite, a partire dai famigerati subprime, c’è probabilmente da rovistare per comprare, non per vendere.Quanto al mondo delle fusioni e acquisizioni, il blocco attuale è assolutamente temporaneo.

Certo, le condizioni ideali di liquidità abbondante e a buon mercato non si daranno più fino al prossimo ciclo, ma quella che si apre è una fase più normale in cui viene reintrodotta una sana selettività nelle operazioni che verranno impostate. Qualcuno si sta certamente facendo male, ma nel grande schema delle cose quello che sta avvenendo, come ha detto Trichet, è salutare. Le bolle del credito provocano un’allocazione altamente inefficiente delle risorse. Capitali che potrebbero essere impiegati in investimenti produttivi o restituiti agli azionisti vengono gettati in operazioni di profittabilità sempre più dubbia. Una stretta data adesso, per dolorosa che sia, è infinitamente meglio di quello che sarebbe accaduto più avanti se la mancanza di selettività si fosse protratta.

La seconda bolla di cui vogliamo parlare è quella dei bond governativi. Questa bolla è più grande nelle dimensioni, perché insiste su un mercato più ampio di quello dei crediti, ma è di intensità meno pronunciata. Rispetto al grado di maturità dell’espansione i bond governativi, in particolare la parte lunga della curva, rendono ancora poco. Dato che l’inflazione è ancora sotto controllo e dal momento che i rendimenti reali quest’anno sono saliti la sopravvalutazione non è drammatica, ma c’è.
La pesante correzione dei crediti ha spinto liquidità sui governativi. Nel breve ha senso, ma non appena la situazione dei crediti si sarà normalizzata la pressione riprenderà. Non parliamo di un bear market lungo e doloroso, ma di correzioni one off, come quella di maggio-giugno, di entità sopportabile e distanziate nel tempo tra loro. In mancanza di un term premium significativo i bond governativi lunghi dovrebbero continuare a essere sottopesati. Cash e equity rimangono preferibili.

La terza bolla da considerare è quella azionaria. E’ piccola e qualcuno ne contesterà subito l’esistenza. In realtà si tratta di una bolla iniziale, con pochi mesi di vita e non pericolosa. Quello che vogliamo sottolineare e che, per quanto graziosa e minuscola, sempre bolla è. Gli utili che stanno uscendo in America, pur essendo al di sopra delle stime, sono del 7 per cento superiori a quelli di un anno fa a quest’epoca, quando l’SP 500 era del 19 per cento più basso. L’espansione dei multipli è evidente.Non bisogna spaventarsi per questa situazione. E’ assolutamente fisiologica e può benissimo essere cavalcata ancora per qualche trimestre a condizione di essere consapevoli della possibilità crescente di correzioni fastidiose ma temporanee. Detto questo, in questa fase estiva e nel primo autunno difficilmente vedremo rialzi significativi. Saranno semmai più probabili momenti di paura, sbandamenti e consolidamenti. Lavorare con gli stop loss in un mercato così significa perdere soldi più che guadagnarne. In caso di correzioni pronunciate bisognerà però avere il coraggio di comprare, anche se si è già investiti.
Il mondo, infatti, sta continuando a vivere una condizione di crescita impetuosa, a tratti esaltante. La produzione industriale cinese nel secondo trimestre è cresciuta a una velocità annualizzata del 29 per cento (parliamo della seconda potenza manifatturiera del mondo). Il Fondo Monetario ha alzato oggi le stime della crescita globale per il 2007 e per il 2008, portando entrambe al 5.2 per cento. Quanto all’inflazione, il Fondo prevede una crescita impercettibile nei paesi avanzati (il 2.1 nel 2008 contro il 2.0 di quest’anno e il 2.3 dell’anno scorso) e una discesa nel resto del mondo.
Nei giorni bui, quando azioni e crediti scendono spaventati, bisogna riguardarsi queste cifre. Con un’espansione di queste dimensioni c’è quasi da meravigliarsi che le borse quotino 15 volte gli utili 2008 e non 18 o 20. Meglio così, naturalmente. Più è occhiuta la sorveglianza dei policy maker su crediti e borse e maggiore è l’autocontrollo dei mercati più a lungo ci terremo lontani da crash e default di tutti i tipi.

Fiat, il mercato aspetta nuovi partner

di Mariangela Tessa 

Il titolo Fiat ha ancora benzina per correre? E’ la domanda che si fanno gli analisti, dopo che le azioni del Lingotto, inanellando un rialzo dopo l’altro, hanno praticamente raddoppiato il loro valore in Borsa rispetto ad un anno fa,  toccando i massimi dell’anno a 24,09 euro (il 13 luglio, +45% da gennaio). Una performance stellare,se si pensa che poco più di due anni fa le azioni della casa automobilistica torinese si muovevano intorno ai 5 euro.  La questione intorno alla quale gli osservatori finanziari si interrogano, a questo punto della storia, è la seguente: cosa tirerà fuori dal cappello Sergio Marchionne, numero uno della Fiat nonché artefice della riscossa del Lingotto, per stupire ancora il mercato?  

Per Ubs è scontato che, quest’anno, il gruppo torinese riuscirà a mettere a segno una crescita superiore agli obiettivi già annunciati. Una revisione al rialzo – dicono – arriverà già con la diffusione dei conti del terzo trimestre. Questo tuttavia non sembra sufficiente per spingere avanti ancora il titolo. Un 2007 superiore alle attese, così come un 2008 altrettanto brillante – fanno notare –  sono notizie positive, ma già incorporate nei prezzi attuali. La notizia che, invece, potrebbe dare una nuova e consistente spinta in avanti al titolo è quella di nuove acquisizioni o partnership nel 2009.  In attesa di capire cosa succederà su questo fronte, gli esperti della banca americana consigliano al momento di adottare un atteggiamento cauto nei confronti delle azioni del gruppo, abbassando il rating a neutral (dal precedente buy) con un target price confermato a 24 euro.  

 Decisamente più ottimisti circa le potenzialità di rialzo del Lingotto sono invece gli esperti americani di Jp Morgan. Dopo i brillanti risultati del secondo trimestre, la banca d’affari americana continua a mostrarsi ottimista sul futuro di Fiat a piazza Affari, vedendo 30 euro un target alla portata di mano. Non solo. Jp Morgan arriva ad ipotizzare che le azioni della casa automobilistica torinese potrebbero toccare quota 40 euro, in uno scenario che passa attraverso lo spin-off di Fiat Auto, mossa più volte esclusa dal management, acquisizioni per 8 miliardi di euro e la cessione di Ferrari, ipotesi comunque mai contemplata dal Lingotto”.

Cambi, tassi e petrolio scoraggiano le imprese

di Daniela Braidi  

Battuta d’arresto, a luglio, per la fiducia delle imprese. In Italia l’indice calcolato dall’Isae è sceso più delle attese e si è riportato al livello più basso degli ultimi 17 mesi passando a 93,3 da 95,9 di giugno (dato corretto al ribasso da precedente 96,3).  “Il deludente dato riflette l’impatto negativo del rafforzamento dell’euro (che potrebbe penalizzare le esportazioni) e del rialzo del prezzo del greggio (che potrebbe innalzare i costi per le imprese) e anche delle prospettive di ulteriori rialzi del costo del denaro. Tuttavia, il peggio, sia per la valuta che per il greggio, sembra essere alle nostre spalle. Perciò ci aspettiamo un recupero della produzione industriale nella seconda metà dell’anno”, commentano gli analisti di Unicredit. 

Meno ottimisti anche gli imprenditori tedeschi, con l’indice Ifo sceso a luglio a 106,4 punti da 107 di giugno. Il risultato è in linea con le attese e conferma il trend discendente dal massimo storico di 108,7 toccato a dicembre 2006.“Siamo comunque ancora ampiamente al di sopra della media di lungo termine (96,2) e di un punto e mezzo al di sotto della media del secondo trimestre (108,1)” dicono gli economisti di Intesa Sanpaolo sottolineando che “per il momento l’apprezzamento dell’euro ha avuto un impatto limitato” sull’umore delle imprese tedesche, anche se “cominciano a scontare un quadro meno roseo di qui a sei mesi”: in base ai risultati del sondaggio condotto tra 7.000 imprenditori, l’indice Ifo sulla situazione attuale è sceso infatti meno del previsto (da 111,4 a 111,3, contro un atteso 111), mentre l’indice l’indice Ifo sulle aspettative a sei mesi è diminuito più delle attese (da 102,8 a 101,8, contro un atteso 102).

 

Eni, la regina degli utili ha il fiato corto

di Mariangela Tessa 

Eni paga pegno. Come ampiamente previsto dagli analisti, il gruppo petrolifero italiano ha archiviato il primo semestre dell’anno con utili netti in flessione dell’8% a 4,85 miliardi (-11% nel secondo trimestre). Un risultato, quest’ultimo, che ha sentito il peso del rafforzamento dell’euro nei confronti del dollaro oltre che delle minori vendite di gas per via di un inverno particolarmente mite.  

Ma quali sono le previsioni per l’intero 2007? Mentre il numero uno della società italiana, Poalo Scaroni, si dice ottimista e rincuora gli investitori anticipando che, quello in corso, sarà per il gruppo un altro “anno eccezionale”, gli analisti mostrano invece un atteggiamento molto più cauto.  Dopo aver bruciato un record dopo l’altro, a fine esercizio, i profitti di Eni dovrebbero mostrare un andamento lento sia questo che il prossimo esercizio fiscale.

Nel 2007 gli analisti di Banca Akros vedono gli utili netti di Eni intorno ai 9,2 miliardi di euro. Una bella cifra, certo. La stessa però che lo scorso anno ha confermato il cane a sei zampe come prima società italiana per profitti (quasi la metà dei profitti realizzati dalle principali imprese italiane), secondo la consueta analisi R&S di Mediobanca. Se le stime si rivelassero corrette, per la società italiana significherebbe dunque crescita zero. Un po’ peggio dovrebbe andare nel 2008, quando, sempre secondo Banca Akros, gli utili netti dovrebbero scendere a 9 miliardi.

Con gli utili che crescono meno, anche per il titolo le prospettive si fanno più caute. Da Citigroup hanno, oggi, confermato il rating hold (tenere in portafoglio ) sulle azioni con prezzo obiettivo di 27 euro, in linea con le quotazioni attuali (+13% i guadagni da un anno). Insomma, per Eni la musica cambia. E il ritmo si fa più lento.