Archivio per Agosto 2007

Pil italiano in marcia verso il 2%

di Mariangela Tessa 

Notizie positive dall’economia italiana. Oggi, l’Isae ha diffuso l’indice sulla fiducia delle imprese di agosto, che ha mostrato un miglioramento a 94,2 punti dai 93,5 del mese di agosto. Il dato, leggermente superiore alle stime del mercato, è il risultato principale della ripresa degli ordini industriali. Un segnale positivo – commentano gli analisti di Unicredt – che smorza le preoccupazioni del mercato, dopo flessione di luglio. Non solo. La ripresa – aggiungono – acquista ancora più enfasi, perché arriva in un mese, quello di agosto,  in cui le previsioni sul Pil mondiale sono diventate più caute.

In termini di crescita – spiegano ancora gli analisti – il dato sulla fiducia di agosto indica che per l’economia italiana il peggio è alle spalle. La fase di rallentamento attraversata dall’ economia italiana nei primi sei mesi dell’anno (+0,8% annualizzato) sarà compensata già dai dati del terzo trimestre, quando è attesa una crescita annualizzata del 2%. Un rimbalzo che, stando alle previsioni degli analisti, dovrebbe essere alimentato dal balzo in avanti della produzione industriale. Che, per motivi di calendario, era stata eccessivamente penalizzata nel corso dei primi due trimestre. Un po’ di cautela è tuttavia d’obbligo. Gli effetti delle turbolenze dei mercati delle ultime settimane sull’economia reale saranno visibili negli indicatori economici in pubblicazione da settembre in avanti. Meglio, dunque, aspettare ancora un po’ prima di fare i salti di gioia.

La crisi del 1907 e il repricing del 2007

 di Alessandro Fugnoli

Il Rosso e il Nero (settimanale di strategia di AbaxBank) 

E’ molto di moda, in questi giorni, paragonare la crisi attuale con quella del 1907. Un libro è appena uscito (R. Burner, S. Carr. The Panic of 1907. Lessons Learned from the Market’s Perfect Storm), ma studi più tecnici (ma di lettura affascinante) sono disponibili sul sito della Fed di Atlanta. Il terremoto di San Francisco del 1906 costrinse i Lloyds di Londra a grandi risarcimenti. La Bank of England cercò in tutti i modi di rallentare il conseguente deflusso di oro verso gli Stati Uniti. La carenza di liquidità fu complicata da un cattivo raccolto e da difficoltà legate al fallimento di operazioni speculative legate al rame. In questo quadro già teso maturò la crisi di fiducia nei trust. I trust avevano perso, negli anni precedenti, la loronatura di stumento tranquillo di amministrazione di patrimoni e eredità e avevano iniziato a sfruttare il basso livello di regolamentazione cui (a differenza delle banche nazionali) erano sottoposti per assumere un profilo sempre più speculativo. Il loro successo era stato tale che, nel 1907, avevano raggiunto le stesse dimensioni, per asset, delle grandi banche nazionali. In ottobre la crisi di fiducia si trasformò in panico e ci fu una corsa a chiudere i conti presso i trust. Le crisi bancarie erano una malattia endemica nel capitalismo di quel tempo, ma si era imparato in qualche modo ad attenuare il fenomeno facendo ricorso a quello che allora, nei tempi severi del Gold Standard, si chiamava denaro elastico o denaro d’emergenza.  Si trattava di credito a breve straordinario emesso dalla stanza di compensazione delle grandi banche e destinato ai membri in difficoltà. I trust, tuttavia, non erano membri della stanza. Non lo erano perché non volevano soggiacere agli obblighi di riserva. Abbandonati a sé stessi molti di loro fallirono o, semplicemente, si svuotarono. La crisi di liquidità spinse i tassi a breve al 125 per cento. La borsa scese del 45 per cento e la produzione industriale del 30 (l’anno dopo tutto fu recuperato).  La Fed non fece nulla per la semplice ragione che non esisteva. Le grandi banche si erano sempre opposte alla sua creazione anche perché, nelle crisi bancarie, avevano puntualmente guadagnato quote di mercato e prestato soldi a tassi molto alti. La crisi del 1907 convinse però John Pierpont Morgan a cambiare idea e a lavorare con il Congresso per allargare la stanza di compensazione e farla diventare nel 1913 il Sistema della Riserva Federale.

Le analogie con il 2007 sono, per chi crede di vederle, due. La prima è che i trust di allora sono gli hedge fund di oggi. E’ vero che gli asset degli hedge fund sono oggi inferiori rispetto a quelli delle banche, mentre allora i trust erano arrivati alle stesse dimensioni, ma oggi c’è un effetto leva che allora mancava. La seconda analogia è nella natura della crisi, individuata come tipica crisi di panico che tanto rapidamente inizia e incide sull’economia reale quanto velocemente rientra. Sarebbe stato così anche nel 1929 se, ironia della storia, quella Fed creata per evitare le crisi brevi non ne avesse creata una lunghissima con i suoi errori. Le analogie tra 1907 e 2007 sono suggestive, ma insistervi troppo per trarne degli insegnamenti può essere fuorviante. Attribuire agli hedge fund (o alle agenzie di rating) chissà quali colpe è ingeneroso e, soprattutto, non coglie nel segno, come dire che la causa della prima guerra mondiale e della dissoluzione di quattro imperi fu l’assassinio a Sarajevo dell’arciduca Franz Ferdinand. Parlare poi esclusivamente di crisi di panico fa perdere di vista fattori strutturali come il più che dovuto repricing di certi asset e la maturità del ciclo. Ha semmai più senso riflettere sui possibili errori delle banche centrali, perché qui è il cuore del problema. Oggi molti sostengono che i problemi di bolla immobiliare e di squilibrio strutturale tra Stati Uniti e resto del mondo derivano dall’errore di avere abbassato troppo i tassi nel 2000-2001. Questa scelta, però, non è mai stata ammessa come errore dalle banche centrali. Bernanke, nei suoi famosi interventi sul 1929 e sulla deflazione giapponese, l’ha avallata di fatto, fornendole un robusto supporto teorico. Dove le banche centrali hanno forse dei ripensamenti, dunque, non è sulla politica aggressiva da seguire nei momenti di recessione, ma su quella accomodante nella parte matura, ma non terminale del ciclo. Sono i tre tagli del 1987 e i tre tagli del 1998 che bruciano o, quanto meno, il non averli ripresi indietro più in fretta. Certo, il Bernanke del 2002 (Asset Price Bubbles and Monetary Policy, 15 ottobre 2002) rende omaggio alle scelte del suo capo Greenspan nel 1987 e nel 1998 ma, significativamente, non si sofferma sul ritiro (tardivo) dei tre tagli. Non c’è bisogno di essere degli scienziati comportamentali per sapere che gli esseri umani tendono a non ripetere l’errore dell’ultima volta. Per non ripeterlo a volte fanno l’errore della penultima, oppure un errore nuovo, ma l’errore immediatamente precedente quello no, scotta ancora troppo. Per il Greenspan del 1987 e, ancora di più, del 1998 l’errore precedente è quello degli anni Trenta. Per i banchieri centrali di oggi è probabilmente quello del 1998. Da qui si spiega quella certa durezza di cuore (o almeno il tentativo di essere duri) manifestata finora dalle banche centrali. Vogliamo o no, si chiedono, evitare di essere troppo premurosi verso i mercati quando l’economia reale non sta affatto mandando segnali uniformemente negativi? Vogliamo o no impedire che, accanto alla bolla immobiliare, si riformi nei prossimi due anni una bolla azionaria?

Già la vita è difficile con una bolla alla volta, che cosa faremo quando ne avremo due che scoppiano insieme? L’intenzione iniziale, dunque, è quella di resistere. Non solo di ritirare in fretta gli eventuali tagli, ma di concederne in partenza il meno possibile. Le minute del Fomc del 7 agosto (tra l’altro certamente rivedute, purgate e corrette negli ultimissimi giorni) sono lì da leggere in tutta la loro durezza. Quello che per i mercati è credit crunch per le banche centrali è normalizzazione del costo del credito. Che credit crunch ci può essere per le grandi corporation che hanno tipicamente 5, 10, 20 miliardi di liquidità in cassa? O per i compratori di beni durevoli europei o asiatici che hanno case e azioni che valgono tuttora (mediamente) più che a inizio anno? (Quanto ai consumatori americani, trovare e mantenere l’impiego è molto più importante dei 20 dollari in più da pagare ogni mese per il mutuo per ogni 25 punti base di aumento sul debito medio residuo su una casa da 200mila dollari). E quei mesi e anni di paralisi nel mondo degli LBO, che doveva rimanere schiacciato sotto il peso impossibile di 400 miliardi di operazioni nella pipeline, non sembrano già ora una previsione troppo fosca, alla luce delle rapide sistemazioni (una rinuncia qui, un taglio al prezzo di cessione lì, un aumento dei tassi per il finanziamento qui, un’assunzione temporanea del finanziamento da parte del consorzio lì) che si cominciano a vedere? Sappiamo però dalla vita che una cosa sono le intenzioni iniziali, un’altra quello che alla fine si fa sul serio.

Le pressioni dei mercati sulle banche centrali sono gestibili, ma se si estendono all’opinione pubblica e ai politici resistere diventa quasi impossibile. La pressione, già forte, salirà ancora. Le borse potrebbero riprovare a scendere. L’economia americana, cresciuta del 4 per cento nel secondo trimestre, potrebbe rallentare (se la velocità di crociera è del 2 per cento, a un trimeste con il 4 potrebbe seguirne uno con lo zero, ma in quel caso nessuno farebbe la media e tutti parlerebbero di recessione, 1929 e via a ruota libera). Alla fine, quindi, i tagli ci saranno, così come i mancati rialzi in Europa e Giappone. Un taglio, in settembre, sarà per i mercati. L’altro più avanti, se occorrerà, per l’economia reale. Un’altra ragione per mostrare una certa durezza è di evitare che i tagli siano dati troppo per scontati e che vengano accolti dai mercati con uno sbadiglio. Se si vuole somministrare adrenalina i mercati vanno sorpresi e per sorprenderli tutto deve apparire incerto fino all’ultimo. Venendo alle scelte di portafoglio, è bene partire dall’idea che da una parte il quadro complessivo non è così deteriorato (in molte parti è ancora in forma esuberante), ma che dall’altra, anche nell’ipotesi migliore, altri due o tre mesi di ansia e incertezza non ce li può togliere nessuno. Prima di recuperare, infatti, i mercati vorranno vedere tutto, dai dati macro (in particolare l’occupazione) ai bilanci del terzo trimestre (in particolare, ma non solo, delle banche). Solo a dicembre, nel caso, potremo respirare. Ci sono in giro innumerevoli occasioni, ma fra un mese o due, probabilmente, saranno ancora lì. Chi è abbondantemente liquido può iniziare a fare qualche assaggio. Per tutti gli altri, più che acquistare massicciamente subito, sarà utile, per il momento, abbassare i prezzi di carico con il trading. I crediti cominciano a essere interessanti non tanto per le possibilità di capital gain quanto per il rendimento che offrono. I bond governativi hanno qualche limitato spazio di apprezzamento nel caso si verifichino altre ondate di panico e vanno comunque giocati dal lato lungo, ma per farli diventare parte importante del portafoglio occorre sposare la tesi che l’espansione è davvero alla fine, il che sembra a dir poco prematuro. In caso di panico il dollaro tornerà verosimilmente ad apprezzarsi. In quel caso andrà venduto. L’epicentro della crisi (eventuale) sono gli Stati Uniti, chi abbasserà i tassi più di tutti sono gli Stati Uniti. E’ innaturale, anche se spiegabile con lo smontaggio del carry trade, che sia proprio il dollaro a rafforzarsi.   

Merrill Lynch: alla larga da Citigroup, Lehman e Bear Sterns

di Mariangela Tessa

 Citigroup, Lehman Brothers e Bear Stearns. Queste, secondo di Merrill Lynch, le tre banche d’affari maggiormente esposte alla crisi del mercato creditizio. E che, di conseguenza, potrebbero vedere i propri utili subire flessioni più significative. Con queste motivazioni, ma anche per via del rallentamento delle attività di investment banking, la banca d’affari americana ha tagliato il giudizio sui titoli dei tre broker a neutral dal precedente buy. Anche per Jp Morgan le attese non sono delle più rosee. Insieme a Citigroup – dicono da Merrill – la banca americana subirà le perdite più grosse nel terzo trimestre, quello in chiusura a fine settembre.  Tuttavia, a differenza dei titoli delle concorrenti, le azioni di Jp Morgan appaiono già ampiamente deprezzate ( negli ultimi tre mesi il titolo ha registrato la peggiore performance sull’indice Dow Jones).  Una maggiore diversificazione delle attività – aggiungono infine da Merril – mette invece al riparo da spiacevoli sorprese Goldman Sachs e Morgan Stanley che, nel loro settore, appaiono i due titoli meno rischiosi.  

Ma veniamo alle stime sulle singole banche. In base ai calcoli elaborati da Merrill Lynch, la Lehman Brothers raggiungerà il prossimo anno un utile per azione pari a 6,8 dollari, ovvero il 22% in meno rispetto alle stime fatte in precedenza e in calo rispetto ai 7,07 dollari attesi per quest’anno.  Per Bear Sterns invece la fase più difficile dovrebbe concludersi nel 2007 quando sono attesi utili per azione a 11,86 dollari contro i 14,27 dollari registrati nel 2006. Una lieve ripresa è invece messa in conto nel 2008, quando gli eps dovrebbero risalire a 12,07 dollari.  Un taglio alle stime è arrivato infine anche sugli utili per azione 2008 di Citigroup e Jp Morgan, visti rispettivamente a 4,91 dollari (-4,7% rispetto ai precedenti calcoli) e 4,72 dollari (-3,9%).    

Se le prospettive sugli utili non sono delle più rosee, in Borsa gli effetti della crisi finanziaria che sta attraversando il mercato si è già vista. Da inizio anno, le azioni della Bear Sterns hanno perso il 30%. Analoghe le perdite della Lehman che sembrano destinate ad archiviare il 2007 come l’anno peggiore dal collocamento.   

Borse nel caos, verso crisi di solvibilità?

di Daniela Braidi 

Dopo il tonfo di ieri del 2% di Wall Street, i listini azionari del Vecchio Continente ripartono sotto il segno delle vendite, con ribassi inferiori all’1%. L’avversione al rischio degli investitori è tornata a impennarsi, con tutte le conseguenze che ormai conosciamo: prezzi delle azioni che scendono e prezzi dei titoli di Stato che salgono, oltre a apprezzamento di yen e franco svizzero.  E’ la conferma che i mercati restano ancora fragili e che le conseguenze della crisi dei mutui americani sono difficili da valutare.

A mettere di malumore gli investitori sono stati i deludenti dati economici arrivati ieri dagli Stati Uniti, dove la fiducia dei consumatori ha registrato la contrazione più pesante degli ultimi due anni, le vendite al dettaglio si sono contratte in agosto e i prezzi delle case hanno registrato un forte calo anche nel secondo trimestre dell’anno, per il quarto trimestre consecutivo. Come non bastasse, il rischio insolvenza delle famiglie americane potrebbe essersi già trasferito dai mutui alle carte di credito. E poiché in America è più facile ottenere un mutuo che una carta di credito, la notizia ha suscitato un certo allarme.  

A questo punto diventa più concreto il pericolo che la crisi di liquidità si trasformi in una crisi di insolvenza delle famiglie e delle banche e che si trasferisca sull’economia. Non hanno aiutato molto i verbali della Fed diffusi ieri e relativi alla riunione dello scorso 7 agosto. “Nel Comitato vi è l’opinione che un allentamento della politica monetaria troppo ampio o prematuro porterebbe a condizioni economiche che successivamente potrebbero richiedere restrizione, come avvenne nel ’98 e nell’87”, osservano gli esperti di Intesa Sanpaolo, pur restando dell’opinione “che sia probabile un taglio di 25 punti base il 18 settembre, come assicurazione contro i rischi di un significativo rallentamento in autunno”. “Tuttavia – aggiungono – “continuiamo a pensare che le lezioni del passato manterranno la Fed cauta nel reagire ai timori, più che ai segnali, di rallentamento. I tagli potrebbero essere forse solo due. Il mercato continuerà a scontarne invece molti, come era già successo un anno fa. La Fed potrebbe anche questa volta silenziosamente non accomodare le aspettative dei mercati”.  

Le colpe delle banche nella crisi dei mutui

di Giuseppe Turani 

da la Repubblica di domenica 26 agosto 2007 

Ormai il mondo finanziario é diviso a metà: c’è chi dice che la crisi é stata passeggera e salutare e chi sostiene che invece si é innestato un fenomeno sistemico. A parte le buone ragioni degli uni e degli altri, quello che invece sta chiaramente emergendo sono le condizioni – ma ormai possiamo tranquillamente chiamarle colpe – che hanno generato questa situazione. I colpevoli sono infatti di almeno tre categorie:

1 – Le banche centrali. Che gli hedge fund, gli strutturatori di operazioni (gli ormai famosi “impacchettatori” di subprime, crediti al consumo, private equity e chissà cosa altro ancora) e gli operatori finanziari più spregiudicati stessero progres­sivamente esagerando con prodotti derivati e cartolarizzazioni di ogni genere lo si capiva da tempo. E lo capivano tutti. Però nessuna banca centrale ha mai alzato un dito contro coloro che stavano inquinando il sistema con iniezioni di droghe sempre più pesanti. Non si é sentita, né in America, né in altri paesi, nessuna revoca di licenze, nessuna limitazione all’attività, nessun maggior vincolo posto a strutture spesso minime e sprovviste anche dei normali criteri di “compliance” che ogni istituzione finanziaria dovrebbe avere. Dove erano in questi anni le banche centrali? A bearsi dell’esistenza di una liquidità poi rivelatesi più finta che vera ? A bearsi del proliferare del numero di intermediari finanziari senza preoccuparsi della loro qualità? Ad alzare e ad abbassare i tassi in modo semiautomatico ma mai – oggi lo si capisce con grande evidenza e lo hanno sottolineato bene Boeri e Guiso in un loro recente studio – in modo veramente “strategico”? Che delusione vederli oggi vomitare in pochi giorni oltre 325 miliardi di dollari sul mercato per turare le falle di una liquidità improv­visamente scomparsa. Non solo, ma sentendo Paulson, il nuovo responsabile dell’economia americana, la crisi é ben lungi dall’essere sanata. Per cui per ora queste iniezioni di liquidità sembrano solo l’inizio.

2 – Le società di rating. Lo hanno detto già in molti ma vale la pena di ribadire che questi teorici garanti di valore e qualità dei titoli sono indubbiamente co-colpevoli di questo stato di cose. Il fatto che i “piccoli mostri” impacchettati avessero anche dei bollini blu (spesso tripla A, meglio della qualità del debito di un paese come l’Italia) da parte delle primarie agenzie di rating é realmente inaccettabile. E la circostanza che da qualche giorno si siano accorte dei loro bluff e abbiano improv­visamente abbassato i giudizi su migliaia di titoli é la conferma della superficialità con cui si fanno queste cose. Purtroppo però, come nel caso Parmalat, sembrano intoccabili. Sono sempre li.

3 – Le banche. Nessuno invece parla delle colpe delle banche, che sono in realtà enormi. Forse non é chic parlare male dei banchieri, ma se ci si domanda come gli hedge fund potessero fare il famoso “effetto leva”, cioè indebitarsi e molto, se ci si chiede chi consentiva la confezione e la vendita degli impac­chet­tamenti, se si indaga sui tassi da capogiro del credito al consumo o sulle operazioni “a tutto leverage” del private equity, si finisce sempre e solo, fatalmente, in banca. D’altra parte, se si volevamo impiegare i soldi a tassi un po’ più alti, un po’ di rischi andavano presi ed ecco che insospettabili banchieri si sono riempiti le casse e hanno riempito i fondi dei clienti di questa strana roba. Con il meccanismo dei fondi di fondi sembrano non esserci strutture bancarie esenti da questo contagio in tutto il mondo. Infatti anche i tanti comunicati diramati in questi giorni parlano di mancata partecipazione “diretta” ai piccoli mostri. Peccato che per scoprire i misteri delle partecipazioni indirette ci vorranno mesi, come ammette anche Paulson.

 Adesso però bisognerà vedere il comporta­mento delle banche. Ci sono forti le pressioni affinché mantengano i rubinetti aperti verso almeno parte di coloro che fino a ieri hanno finanziato senza problemi. Però qualcuno si é accorto che forse sarebbe meglio selezionare i debitori con maggior criterio. Ma come qualche soldo viene meno ecco che agenzie di vendita mutui, impacchettatori ed hedge fund di vario calibro saltano come birilli. Se si pensa che uno dei maggiori operatori americani del settore dei mutui ha licenziato il novanta per cento dei dipendenti mandando una semplice e-mail, vengono i brividi. Anche senza pensare all’Alitalia. Comunque le dimensioni del disastro sono rilevanti. Quasi trentamila persone sono state licenziate da società del settore finanziario da fine luglio. Alcuni commen­ta­tori d’oltreoceano danno per definitivamente finita, distrutta, l’industria dei piccoli mutui immobiliari. E le banche che l’hanno finanziata che buchi hanno in bilancio? O a loro volta hanno riscaricato il tutto su qualche ignaro sottoscrittore, magari arabo, cinese o nel cosiddetto retail, cioè sul vasto pubblico? Dal vertice tra Bernanke e Paulson é emerso che il livello di complessità della questione é enorme. Come dire che pochi ci capiscono qual­cosa. Ma se non capiscono neanche il livello di gravità della situazione personaggi di quel calibro, che peraltro continuano a dare messaggi rassicuranti mentre iniettano liquidità a fiumi, l’unica cosa certa é che c’é da stare in guardia ancora per un bel po’. Potrebbero esserci forti scosse di assestamento. 

Se la Borsa tiene, Trichet alza ancora

di Daniela Braidi 

Diversi economisti sono convinti che se i mercati finanziari troveranno un po’ di calma e riusciranno nei prossimi giorni a stabilizzarsi, la Bce proseguirà nel processo di normalizzazione monetaria alzando i tassi nella riunione del  6 settembre e portando il costo del denaro in Europa al 4,25%. Tanto più se i dati economici in arrivo in settimana (fiducia delle imprese e inflazione, in particolare) confermeranno la tenuta della crescita. Diversamente, se il mercato resterà nervoso e incerto a ridosso della riunione, o se i dati macro fossero fortemente negativi, la Bce potrebbe decidere di sospendere il rialzo. Che verrà però solo rinviato, magari nella riunione di ottobre. Ne sono convinti in molti, da Elga Bartsch di Morgan Stanley a Michael Hume di Lehman Brothers a Anna Grimaldi di Intesa Sanpaolo. Tre, in sintesi,  i motivi indicati dagli esperti.   

1. Per ora l’economia europea resta solida, nonostante il rallentamento del Pil nel secondo trimestre, e non sembra risentire dalla crisi dei mutui che ha colpito l’America. L’indice composito PMI di agosto (manifatturiero + servizi) – considerato un buon anticipatore dell’andamento dell’economia nei prossimi sei mesi – ha segnato solo una leggera frenata, da 57,5 a 57,2 . Il dato resta quindi ampiamente sopra quota 50 che separa una situazione in rallentamento da un in espansione ed è “coerente con un marginale rallentamento dell’economia che non intacca però in modo significativo il trend di crescita complessivo”, affermano da Intesa-Sanpaolo. 

2. La Bce non intende scendere a compromessi nella lotta contro il rischio inflazione, come si è affrettata a precisare nei giorni scorsi in un comunicato ufficiale nel pieno della crisi dei mercati. Il 22 agosto la Bce ha infatti raffreddato le attese del mercato di tassi fermi, indicando di non aver mutato opinione rispetto all’obiettivo primario di contrastare un’eventuale escalation dell’inflazione. Difficile immaginare che Mr. Trichet si voglia rimangiare la parola, dicono gli esperti. Pertanto, se le turbolenze sui mercati saranno rientrate, come pare, è assai probabile che la Bce vada avanti come previsto sulla rotta tracciata di un altro rialzo. 

3. Anche perché rinviare il rialzo a ottobre potrebbe essere molto più doloroso e difficile. E’ infatti probabile che il 18 settembre la Fed possa abbassare il costo del denaro negli Stati Uniti per aiutare l’economia americana, questa sì, invece, colpita dalla crisi dei mutui e del settore immobiliare. In questo caso, potrebbe essere più complesso per Trichet e i suoi uomini muoversi nella direzione opposta alla Federal Riserve. Specie considerando la contrarietà di una parte del mondo politico a un nuovo rialzo dei tassi europei in un momento di incertezza per l’economia mondiale e di sfiducia da parte degli investitori. 

Nel 2015 metà degli indiani avrà un cellulare

di Mariangela Tessa 

Che il mercato indiano sia diventato il nuovo Eldorado per i produttori di telefonini, è oramai dato per scontato. L’India, da diversi mesi a questa parte,  si conferma come il mercato dove i servizi per la telefonia segnano il tasso di crescita più alto al mondo. Più alto anche della Cina, che resta primo per dimensioni. Unico neo, la percentuale della popolazione che possiede un telefonino resta ancora basso. Nei prossimi anni, però, la situazione dovrebbe cambiare. Ed anche in modo radicale. Ad esserne convinti sono gli analisti della HSBC, secondo cui entro il 2015 oltre metà della popolazione entrerà in possesso di un cellulare. E questo perché i due maggiori gruppi di tlc che operano nel paese, Bearti e Reliance Communication, investiranno entro il 2008 circa 15 miliardi di dollari per estendere la copertura nelle campagne.

L’ostacolo più grosso che mette un freno alla crescita già esplosiva che sta vivendo il mercato indiano della telefonia mobile è proprio l’assenza di rete al di fuori delle grandi città. Le statistiche, a questo proposito parlano chiaro: l’India, con circa 190 milioni di utenti, ha un tasso di penetrazione dei servizi telefonici sul totale della popolazione (1,1 miliardi)  all’incirca del 18%. Percentuale che raggiunge il 91% nelle grandi città come New Delhi e Mumbai. Rispetto alla Cina l gap resta elevato: il dragone lo scorso mese contava 508 milioni di utenti con una percentuale di penetrazione del 38%.

Ma se Pechino resta sul podio per dimensioni di mercato, la vicina India continua ad aggiudicarsi il primo posto per tasso di espansione. Nel mese di luglio, il numero di abbonati è salito al record di 8,06 milioni, portando il totale a 193 milioni. Una crescita superiore a quella del mese di giugno ( +7,34 milioni) ma anche a quella cinese (+6,92 milioni).  

Il ruolo sempre più strategico che il mercato indiano ricopre nel settore dei cellulari trova conferma anche dai recenti dati comunicati dalla finlandese Nokia. Il numero uno al mondo nella produzione di telefonini ha confermato che, quello indiano, è diventato il suo secondo mercato al mondo per giro d’affari, dopo la Cina e davanti agli Stati Uniti che passano in terza posizione. Qui, nel primo semestre dell’anno, sono stati venduti 60 milioni di apparecchi.  

Fed e Bce non hanno fretta di tagliare

di Daniela Braidi

I mercati finanziari restano ancora in una posizione molto fragile ed è bene non farsi ingannare da qualche seduta positiva sulle Borse. Il sereno non è ancora tornato, anche se il peggio potrebbe essere alle spalle. “I mercati del credito e della liquidità stanno ancora funzionando male, sul mercato interbancario i prestiti bancari restano ancora modesti mentre serie difficoltà permangono sul mercato dei Commercial Papaer” sottolinea in un report Marco Annunziata, capo economista di Unicredit. 

L’unica sicurezza a cui gli investitori possono aggrapparsi è il costante monitoraggio della situazione da parte delle due maggiori banche centrali del mondo, Fed e Bce. In una situazione di totale incertezza, sono loro l’unico faro a cui guardare. Ecco perché è cosi importante decifrare ogni loro mossa e ogni dichiarazione.

I mercati, però, forse non hanno ancora compreso fino in fondo le loro intenzioni.  Secondo Annunziata, la politica che Fed e Bce stanno portando avanti è quella del Brinkmanship, che consiste nella pratica di portare una situazione fin sul limite della rottura, senza però mai superare tale limite. La situazione di oggi è frutto della politica monetaria fin troppo espansiva del passato che ha indotto le banche centrali a intraprendere negli ultimi anni un processo di normalizzazione dei tassi, ossia di innalzamento del costo del denaro su valori più appropriati. Per questo motivo sia la Fed che la Bce preferirebbero in questo momento tenere invariate le loro politiche, che prevedono tassi americani fermi al 5,25% e tassi europei ancora più alti rispetto al 4% attuale.

Le due banche centrali hanno capito da tempo che la normalizzazione dei tassi è necessaria, e sanno anche che sarà un processo doloroso. E abbassare la guardia oggi tornando a una politica del denaro facile sarebbe controproduttivo e finirebbe con il posporre il vero problema. Ecco perchè, spiega ancora Annunziata, le attese dei mercati di interventi immediati sui tassi sono andate per ora a vuoto. Dall’inizio della crisi le banche centrali hanno aiutato il sistema finanziario a far fronte alle necessità di liquidità per continuare a funzionale e hanno evitato che le banche andassero a gambe all’aria. Ma non hanno nessuna intenzione di abbassare di nuovo i tassi d’interesse. A meno che, ovviamente, la situazione finanziaria non si aggravi provocando, ad esempio, un tonfo delle borse di oltre il 20%.  

Considerando che in questo momento l’economia europea appare più solida di quella americana, l’economista di Unicredit lascia per ora inalterata la stima di un incremento dei tassi europei al 4,25% a settembre e al 4,50% a fine anno, in attesa però di indizi più precisi dal discorso di lunedì di Trichet (da Budapest, alle 15 ora italiana). In America, invece, la situazione è più critica e anche Unicredit modifica le stime prevedendo un taglio dei Fed Funds di 25 punti base nella riunione del 18 settembre e altri 25 punti base a fine anno al 4,75%, ma con il rischio, se la crisi resterà sotto controllo, che la Fed possa essere meno generosa.  

“L’America ha bisogno di una recessione?” si domanda intanto un po’ provocatoriamente l’Economist definendo questo pensiero “impopolare ma intrigante”. Le banche centrali non esistono per evitare le recessioni, ma per tenere sotto controllo l’inflazione e sostenere il sistema finanziario. Ci sono economisti come Joseph Schumpeter secondo cui le recessioni sono un processo di “distruzione creativa che consente di espellere le impresi inefficienti” e rendono “l’economia più sana”. Naturalmente, conclude, l’articolo, è impensabile che un banchiere centrale possa lasciar cadere un’economia in recessione: sarebbe un suicidio politico e verrebbe immediatamente licenziato. Questo però non impedisce ad alcuni economisti meno diplomatici di chiedersi se in questo momento spingere l’America verso la recessione possa essere una cosa buona.

Borse, bufera finita?

di Daniela Braidi

La crisi dei mutui subprime fa meno paura. Gli acquisti sono tornati, abbondanti, anche oggi sulle Borse europee, in rialzo per la quinta seduta consecutiva, e gli indici di stanno avvicinando ai livelli pre-crisi di qualche settimana fa. Il peggio sembra dunque alle spalle. Numerosi i segnali di fiducia che hanno contribuito a rassicurare gli investitori: l’immissione di liquidità da parte delle banche centrali, gli annunci di nuove operazioni di fusione e acquisizione e la notizia che Bank of America ha investito 2 miliardi di dollari in Countrywide, la maggiore società americana di mutui immobiliare che aveva sofferto molto nelle passate sedute per la crisi dei subprime.  

La situazione sta dunque tornando alla normalità? Possiamo tornare a fidarci dei mercati azionari? Pur in un contesto che resta volatile, gli operatori restano abbastanza fiduciosi. Lo storno di agosto ha riportato le valutazioni su livelli interessanti, mentre l’economia mondiale resta solida e le società continuano a macinare utili. La crisi finanziaria, insomma, sembra essere stata circoscritta e ha comunque avuto il merito di aver limato gli eccessi del passato consentendo alle Borse di ripartire su basi più sane. Le prossime settimane potrebbero essere più calme anche se nessuno si aspetta un recupero a “V” dei listini, ossia un’impennata degli indici.  

Sulle Borse mondiali dovrebbe infatti continuare a dominare l’incertezza, in attesa di capire cosa faranno le banche centrali nelle riunioni di settembre. La Bce ieri ha confermato di non aver modificato la sua politica monetaria facendo capire che, se le condizioni di mercato lo consentiranno, èpronta a un nuovo rialzo dei tassi europei nella riunione del 6 settembre. Sull’altra sponda dell’Atlantico, invece, il mercato ha iniziato a scontare un ribasso dei Fed Funds da parte delle Fed nella seduta del 18 settembre. La situazione resta per ora fluida e per un po’ i mercati navigheranno a vista, in attesa di capire meglio cosa decideranno Trichet e Bernanke nelle prossime settimane.

Le banche centrali andranno incontro ai mercati

di Alessandro Frugnoli

Il Rosso e il Nero (settimanale di strategia di AbaxBank) 

A quanti dicono che è iniziato un nuovo 1929 diciamo perché no, magari andrà anche peggio. Perché essere timidi e fermarsi al 1929? Perché non spingerci alla guerra dei Trent’anni? Nei quattro anni successivi al 1929 il Pil reale americano si ridusse di un terzo, ma negli anni più bui della guerra dei Trent’anni il Pil tedesco si ridusse non di un terzo, bensì a un terzo rispetto a quello del 1618, l’anno d’inizio della vera prima grande guerra civile europea. In ogni caso, anche ad accontentarsi del 1929, chi sostiene che l’atmosfera è la stessa pensa evidentemente che nel 2011 (adattiamo a oggi i numeri di allora) il Pil americano sarà passato dai 14 trilioni attuali a 9.5 (in dollari 2007), che i disoccupati saranno passati dai 7 milioni di oggi a 39 milioni, che la produzione industriale sarà scesa del 37 per cento, che il Dow Jones si troverà a 4375. Tutto può essere, naturalmente. Mai mettere limiti al peggio.

Segno della grande confusione di questi giorni, tuttavia, in contrasto con chi parla di 1929 c’è una delle colonne intellettuali di questa Fed dei professori, l’autorevole William Poole della Fed di Saint Louis, che minimizza più che può e parla di una tempesta tropicale estiva. Le tempeste estive, si sa, sono dure, veloci e lasciano alla fine, sopra le rovine, un cielo straordinariamente terso e splendente. In effetti, oltre a Poole e Lacker, ci sono forse altri banchieri centrali che non sono poi così scontenti di come stanno andando le cose. Proviamo a guardare il mondo con i loro occhi. Vediamo una crisi dei mutui che doveva comunque scoppiare prima o poi. E’ molto meglio che scoppia adesso in un contesto di forte crescita globale (fino a prova contraria) piuttosto che fra uno o due anni, con un ciclo magari più debole. Poi, sempre con i loro occhi perversi, vediamo una riqualificazione delle operazioni di fusione e acquisizione. Fine di quelle a leva troppo lunga, mantenimento e rilancio (già in pieno corso) di quelle con soldi propri o con leva ragionevole. Che c’è di male? 

Continuiamo. Il costo del capitale per le imprese sta aumentando (salgono i tassi e si deve vendere a un prezzo più basso l’equity). Bene, ottimo. A una Corporate America che ha messo su peso e ha un costo del lavoro per unità di prodotto in crescita un po’ di dieta fa solo bene. Ancora. Il mondo del carry trading e il mondo dello yield enhancement (due mondi che nella loro testa lavano e rimuovono il peccato originale del rischio trasformandolo in una banale, innocente e piacevole rendita) si prendono una sonora lezione. Erano stati più volte ammoniti. D’ora in avanti, augurabilmente, staranno più accorti e tranquilli. Andiamo avanti. Il petrolio è sceso del 12 per cento dai massimi. Dean e Erin, che un mese fa l’avrebbero fatto salire tranquillamente sopra gli 80 dollari, lo lasciano a 68. Le materie prime sono quasi tutte più deboli. Eccellente. 

Per finire. Le attese di inflazione (e anche l’inflazione che stiamo vivendo, quella che vedremo nei dati che saranno pubblicati in settembre e ottobre) volgono verso il basso. Esattamente quello che si voleva. Quello che abbiamo descritto è il pensiero dell’ala più severa dei policy maker. Per quanto dura, tuttavia, anche quest’ala non desidera, verosimilmente, che la correzione vada oltre. Solo Lacker, nel suo splendido isolamento, dice che gli spread di credito saliranno ancora un po’ e nel dirlo pare soddisfatto. Lui è fatto così. La parte maggioritaria dei banchieri centrali condivide la soddisfazione dei duri, ma sa che non è il caso di strafare ed è pronta a qualche ragionevole compromesso. Bernanke, prima di succedere a Greenspan, è andato tutti i giorni alla Casa Bianca per alcuni mesi. Ufficialmente faceva il consigliere, ma in realtà era lì per farsi prendere le misure e per imparare come ragionano i politici. I quali, se lo hanno poi proposto al Congresso per la nomina, devono avere pensato che qualcosa aveva assimilato. Per quanto ingolositi dalle opportunità offerte dalla crisi dei mercati, i banchieri centrali mainstream sanno che ci sono anche rischi potenzialmente seri di avvitamenti e di corto circuiti anche più gravi di quelli che abbiamo visto in questi giorni. Prima ancora di pensare alle ricadute sull’economia reale sanno che devono garantire l’integrità delle grandi banche e del sistema finanziario in generale. Sanno quindi che possono non bastare le cure sintomatiche di questi giorni, per quanto sapienti e generose. Sono ormai pronti, in cuor loro, a fare qualcosa di più. A rinviare cioè gli aumenti dei tassi in Europa e in Giappone e a tagliare in America. Cercano però di agire, come dicono gli inglesi, con grazia e dignità. Nei tempi, nei modi e nelle quantità. I tempi saranno quelli canonici dei board già in calendario. I modi saranno cauti, mantenendo i mercati in un minimo di incertezza (ma non molto di più di un minimo) e cercando di raccogliere nel frattempo dati concreti su crescita e inflazione che supportino la disponibilità al compromesso. Le quantità dei tagli saranno limitate. Se alla fine i tagli saranno stati due o addirittura tre, la Fed se ne riprenderà indietro almeno uno più avanti.  La nuova Fed non ha più la spregiudicatezza intellettuale di Greenspan, ma non per questo è dottrinaria. Cerca in tutti i modi di essere saggia, ragionevole e intellettualmente onesta e di avere un minimo di coerenza in quello che fa. Le misure delle banche centrali addolciranno la crisi in corso, ma non la cancelleranno. Occorrerà del tempo perché le ferite si rimarginino.

Nel nostro scenario di base un taglio misurato dei tassi attenuerà di molto la potenziale carica esplosiva del vero epicentro della crisi, che non è il costo dei mutui ma il prezzo delle case. Questo prezzo (che in Europa e Asia, sia pure sempre più lentamente, sta ancora aumentando) nelle intenzioni della Fed deve scendere il più lentamente possibile. Greenspan ha detto nei mesi scorsi che l’ideale è che rimanga addirittura invariato in termini nominali e scenda solo in termini reali. Case in lentissima discesa e borse in lentissima salita sono oggi con ogni probabilità l’obiettivo della Fed, che come tutte le banche centrali non ama ammettere che fa asset targeting ma che è poi costretta a farlo per le implicazioni che il valore degli asset ha per l’economia reale. Chi investe deve, nelle prossime settimane, evitare di abbandonarsi allo sconforto (e vendere) nei momenti difficili ed evitare di pensare che sia stato solo un brutto sogno (e comperare più in alto) nei momenti di ripresa come quello in corso. Il secondo trimestre americano è forse storia antica, ma è pur sempre il punto da cui parte questa crisi. Ebbene, in questo secondo trimestre il Pil è cresciuto del 4 per cento annualizzato e gli utili anno su anno sono saliti, alla fine, del 10 per cento. D’altra parte non si può ignorare che gli utili della finanza e quelli dell’energia sono il 40 per cento degli utili dell’SP 500 ed è difficile pensare che non subiranno contraccolpi dalla crisi finanziaria e dalla discesa del petrolio. A sua volta, questo aspetto certamente negativo andrà bilanciato, almeno in parte, con i tassi più bassi. Il tanto citato 1998, dopo un ribasso estivo del 25 per cento, si chiuse sui massimi dell’anno.

L’incertezza cha avvolge questo 2007 scoraggia dal fare previsioni ardite, ma la possibilità che a fine anno le borse siano sopra i livelli attuali è ancora concreta. Una volta usciti dalla terapia intensiva cui sono sottoposti in questi giorni i mercati torneranno volatili. La volatilità sarà un elemento strutturale dei prossimi due anni anche nel migliore degli scenari possibili. Da qui in avanti, come ha detto Mohammed El-Erian del fondo di Harvard, più ancora che indovinare la tendenza giusta sarà importante lavorare sulla gestione dei rischi. Sbagliare una mossa in un ambiente volatile è perdonabile e recuperabile se la leva è bassa, diventa potenzialmente fatale in caso contrario. Per concludere, una riflessione su 1987 e 1998. In entrambi i casi i mercati pensarono, tanto per cambiare, a un nuovo 1929. Le banche centrali, pur andando incontro ai mercati, continuarono a pensare che l’espansione sarebbe continuata. Oggi sappiamo che le banche centrali ebbero ragione e i mercati torto. E’ ragionevole puntare sul fatto che anche questa volta sarà così.

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