di Daniela Braidi
Ogni crisi finanziaria insegna nuove lezioni e, spesso, conduce a nuove riforme. Non si sottrae a questa regola la recente turbolenza dei mercati, che potrebbe passare alla storia come Panic ’07. In un dettagliato e approfondito studio, l’agenzia di rating Moody’s alza il velo sui limiti e sulle debolezze, e quindi sui rischi, del moderno sistema finanziario globale.
Il punto di partenza è proprio questo, ossia il profondo cambiamento attraverso cui è passato, negli ultimi 40 anni, il mondo della finanza. Oggi i flussi di capitali circolano liberamente senza confini, gli investitori e i debitori investono e si indebitano in ogni parte del mondo, le banche hanno smesso di essere gli intermediari di riferimento e il mercato si affida a soggetti senza regole e che sfuggono alla vigilanza delle istituzioni, come gli hedge fund. Il tutto reso possibile da un mondo computerizzato che consente comunicazioni istantanee. Nel complesso, quello di oggi è certamente un sistema di allocazione dei capitali più efficiente, ma anche molto più difficile da controllare, specie in caso di crisi.
In un sistema di questo genere, le crisi possono nascere da un evento geopolitico (1990-91), dall’insolvenza di un grande hedge fund (1998), dal susseguirsi di frodi societarie e scandali finanziari (2001-02), dall’inatteso collasso di una asset class (2007). Ognuna di queste crisi ha rivelato problemi, che nel passato sono stati in parte stati affrontati anche dal punto di vista legislativo.
Secondo Moody’s, la maggiore lezione emersa dalla crisi finanziaria di questa estate è che le autorità finanziarie sono incapaci di esercitare un’influenza diretta su molti importanti protagonisti del mercato, come ad esempio gli hedge fund, e hanno quindi meno possibilità di riportare la situazione alla stabilità. Un tempo le banche erano i principali intermediari e facevano da cuscinetto nelle crisi. Oggi la disintermediazione bancaria ha reso gli istituti di credito meno vulnerabili ma ha reso l’intensità delle crisi molto più accentuate. Il risultato? È aumentato il potenziale di shock sistemici e allo stesso tempo è aumenta l’importanza di chi tali shock li deve risolvere, ossia le banche centrali in primo luogo e, ma in seconda battute, il sistema bancario in generale.
Non solo. Il moderno sistema finanziario è sempre più costruito sulla leva, ossia sul debito. Ciò è possibile solo laddove esiste la cosiddetta ‘presunzione di liquidità’. Solo negli Stati Uniti, oggi il rapporto del debito privato sul Pil è tre volte superiore a quello che era nel 1965. E in questa condizione, c’è il pericolo che la presunzione di liquidità si trasformi in illusione di liquidità. Quando arriva una crisi di panico, la presunzione di liquidità viene spazzata via e tocca alle autorità monetarie fare in modo che il sistema non vada verso il collasso (spingendo l’economia reale nell’abisso), come accadde nel 1930-33. Ad amplificare i rischi del mercato contribuiscono anche la presenza di operatori poco trasparenti come gli hedge fund, e di nuovi strumenti come le cartolarizzazioni, che sono diventate solo da un paio di decenni uno dei maggiori componenti del mercato finanziario. Come tale, il nuovo mondo finanziario e i nuovi prodotti che sta producendo (subprime residentialmortgage-backed securities, collateralized debt obligations, asset-backed commercial paper, structured investment vehicles, e così via) non sono stati ancora testati sotto crisi. Come se ne esce? Una delle conseguenze della crisi corrente, continua l’agenzia, sarà probabilmente una maggiore pressione da parte delle autorità di controllo e del mercato per una maggiore trasparenza degli strumenti finanziari di rischio, che comprendono le obbligazioni collaterali di debito e altri veicoli di investimento strutturati che sono cresciuti rapidamente negli ultimi anni.



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