di Giuseppe Turani
Milano. “Ma non, non c’è nessun disegno, e dietro non c’è proprio niente. C’è solo che io sono stato messo nel consiglio delle Generali per rappresentare gli azionisti e questo voglio fare. Se vedo delle cose che non vanno bene, protesto. Le Generali devono fare il proprio mestiere e dare dei buoni utili agli azionisti, che ci hanno messo i soldi. Tutto il resto sono chiacchiere”.
Sono già passati alcuni giorni dalle prime sfuriate contro gli “arzilli vecchietti” (Cesare Geronzi, presidente di Generali, e Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Banca Intesa). Della Valle è sul suo aereo e sta volando verso le Marche, da Milano, dove c’è stata l’alluvione con seri danni proprio a Casette d’Ete, suo quartier generale.
Da come parla, si capisce che ha un po’ l’aria di chi non pensa di aver detto cose esplosive: “Ho solo detto che le società devono fare il loro mestiere”. E ha suggerito che le Generali, ma il criterio dovrebbe essere universale, si concentrino sulle partecipazioni relative al proprio lavoro, settore di intervento. E ha insistito, ad esempio perché le Generali vendano la quota che hanno in Rcs, che secondo lui non c’entra niente con la compagnia triestina, ma che serve solo al suo vertice, cioè a Geronzi, per “comandare”, almeno un po’, sul più importante giornale italiano. Perché, si chiede Della Valle, i soldi degli azionisti devono servire a fare queste cose? Quelli hanno investito su una compagnia assicurativa, mica su altro.
In realtà, Della Valle, con la sua di dire, io vengo da Casette d’Ete, dove la gente lavora a fare scarpe, che poi cerchiamo di vendere, e basta, ha scoperchiato un problema gigantesco, e che non ha quasi soluzione: quello degli assetti del capitalismo italiano.
Il nostro capitalismo, si sa, è sempre stato un capitalismo con pochi soldi. E quindi è sempre stato in piedi grazie a appoggi e a sostegni di varia natura. In gran parte, poi, si è sorretto per decenni sull’ingegno di un solo uomo: Enrico Cuccia. Con Mediobanca (che era dello Stato-Iri, ma che lui usava come fosse sua) è sempre intervenuto ogni volta che c’era bisogno di qualcosa.
Sul finire della sua vita aveva addirittura concepito il grandioso disegno della galassia del Nord. In pratica si trattava di impastare Mediobanca, Generali, Comit e Credit più qualcos’altro in un unico blocco, di fatto autoreferenziale, dove ogni soggetto avrebbe garantito il controllo e l’indipendenza dell’altro. E la Galassia avrebbe potuto fare da scudo anche nel caso in cui Fiat, Pirelli o qualche altra società avesse avuto bisogno di un soccorso o di una protezione.
Nella sua testa non era un disegno autoritario o contro le leggi del mercato. Era solo un modo per dare una certa autonomia a un blocco finanziario, e quindi per consentire al capitalismo del nord, quello che era anche stato definito come “l’ala nobile del capitalismo italiano” di poter crescere senza dover subire i ricatti della politica.
In realtà, il disegno della Galassia del Nord è rimasto solo un disegno e alla morte di Cuccia, giugno del 2000, il capitalismo italiano si trova quanto mai disorganizzato. Meno di tre anni dopo, nel gennaio del 2003 muore anche Gianni Agnelli (seguito a meno di un anno dal fratello Umberto). A quel punto il capitalismo italiano non ha più punti di riferimento, non ha più “grandi vecchi” a cui appellarsi o a cui chiedere consiglio. Ognuno è solo nella prateria.
Di fatto, come “regolatori” del traffico, in una certa misura, emergono due personaggi, Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi. Bazoli, cattolico molto intelligente e con una grande esperienza politica, non è banchiere di lungo corso. Lui entra in scena quando collassa il vecchio Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Nino Andreatta, che è al Tesoro, non trova nessuna banca e raccolga le spoglie dell’Ambrosiano. Tutti i più grandi banchieri gli dicono di no. Alla fine, si rivolge all’amico Bazoli. Bazoli arriva e nel giro di non molti anni da quel rottame tira fuori l’attuale Banca Intesa (con dentro anche il San Paolo di Torino).
Bazoli, insomma, ha qualche titolo, qualche medaglia conquistata sul campo. Se Banca Intesa oggi esiste, lo si deve anche alla sua testardaggine e alla sua abilità diplomatica.
Bazoli, che è presente anche lui nella Rcs-Corriere della Sera, sostiene che è stato Gianni Agnelli, sul letto di morte, a affidargli in “Corriere della Sera”, pregandolo di occuparsene e di mantenerne l’indipendenza.
Geronzi ha un percorso tutto diverso (anche se poi i due si conoscono e si sono anche frequentati a lungo). Geronzi, ex ragazzo prodigio dell’ufficio cambi della Banca d’Italia, è andato poi alla Banca di Roma (che ha ingrandito assorbendo altri istituti in disordine) e lo si ritrova in tutti gli affari un po’ border-line di questi anni. La sua tesi è che è intervenuto per evitare il peggio. Altri dicono che è vero il contrario, e cin sono cause giudiziarie pendenti.
Ma non è questo il punto. Dopo un breve passaggio a Mediobanca, come presidente, Geronzi va alle Generali, sempre come presidente. E ha in testa un’idea, da sempre, e cioè che il capitalismo italiano è disordinato e fragile e che le Generali potrebbero dare una mano (sono piene di soldi) a aggiustare un po’ le cose.
Si tratta della stessa idea che, su un altro fronte, coltiva Bazoli. Tutti e due si ritengono “banchieri di sistema”. Non sono lì solo per fare soldi, ma per migliorare il sistema complessivo, intervenendo dove il potere pubblico o il potere privato non riesce a combinare qualcosa di positivo. Sarà un caso, ma tanto Banca Intesa quanto le Generali le ritroviamo a giocare “fuori casa”, nella Rcs-Corriere e in Telecom. Nel primo caso , svanita la vecchia proprietà Rizzoli, cercano di tenere in piedi un grande gruppo editoriale senza che finisca in mano a qualche raider straniero o nazionale. Nel secondo, una volta allontanato Tronchetti Provera dalla Telecom, e non essendoci un nuovo proprietario di ricambio, fanno i proprietari sostituti, non avendo peraltro alcuna competenza o vocazione per le telecomunicazioni.
Questi sono due casi molto evidenti, ma se si osserva con cura il capitalismo italiano si vedono molte partite “fuori casa”. In parole più semplici: non si trova un padrone accettabile per la Rcs o per la Telecom, e allora si va avanti con queste cose, con Bazoli e Geronzi che danno una mano (e che, naturalmente, poi cercano di influire, già che sono lì).
Il pasticcio c’è, inutile dire che non esiste, e la provocazione di Della Valle è grossa. In sostanza lui predica un capitalismo dove ognuno faccia il suo mestiere (perché mai le Generali dovrebbero occuparsi del Ponte sullo stretto di Messina, solo perché il governo non sa a chi diavolo farlo fare?).
Solo che questo capitalismo, se riportato a delle regole corrette di funzionamento, non sta in piedi. Basterà solo un esempio: le due più grandi banche italiane (Intesa e Unicredit) stanno lì (e possono intervenire a aiutare gli altri, in forme proprie e improprie)= solo perché alle spalle hanno le fondazioni (che ne assicurano la stabilità proprietaria. Solo che le fondazioni bancarie sono di fatto soggetti abusivi della scena capitalistica. Non hanno azionisti e non rispondono a nessuno (se non a qualche politico) di quello che fanno. Sono, tecnicamente, soggetti irresponsabili.
Ma se si obbligassero le fondazioni a uscire dalle banche (e questa sarebbe una grande operazione di pulizia e di trasparenza) le nostre due maggiori banche (non essendoci qui nessuno che se le voglia comprare) sarebbero preda del primo raider internazionale.
Insomma, Della Valle ha ragione. Sotto il cielo del capitalismo italiano c’è troppa confusione e ci sono troppi giochi. Ma per fare ordine sarà necessaria una lunga marcia. Lunghissima.
(da “Uomini & Business” di marzo 2011)
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