di Alessandro Frugnoli
Il Rosso e il Nero (settimanale di strategia di AbaxBank)
A quanti dicono che è iniziato un nuovo 1929 diciamo perché no, magari andrà anche peggio. Perché essere timidi e fermarsi al 1929? Perché non spingerci alla guerra dei Trent’anni? Nei quattro anni successivi al 1929 il Pil reale americano si ridusse di un terzo, ma negli anni più bui della guerra dei Trent’anni il Pil tedesco si ridusse non di un terzo, bensì a un terzo rispetto a quello del 1618, l’anno d’inizio della vera prima grande guerra civile europea. In ogni caso, anche ad accontentarsi del 1929, chi sostiene che l’atmosfera è la stessa pensa evidentemente che nel 2011 (adattiamo a oggi i numeri di allora) il Pil americano sarà passato dai 14 trilioni attuali a 9.5 (in dollari 2007), che i disoccupati saranno passati dai 7 milioni di oggi a 39 milioni, che la produzione industriale sarà scesa del 37 per cento, che il Dow Jones si troverà a 4375. Tutto può essere, naturalmente. Mai mettere limiti al peggio.
Segno della grande confusione di questi giorni, tuttavia, in contrasto con chi parla di 1929 c’è una delle colonne intellettuali di questa Fed dei professori, l’autorevole William Poole della Fed di Saint Louis, che minimizza più che può e parla di una tempesta tropicale estiva. Le tempeste estive, si sa, sono dure, veloci e lasciano alla fine, sopra le rovine, un cielo straordinariamente terso e splendente. In effetti, oltre a Poole e Lacker, ci sono forse altri banchieri centrali che non sono poi così scontenti di come stanno andando le cose. Proviamo a guardare il mondo con i loro occhi. Vediamo una crisi dei mutui che doveva comunque scoppiare prima o poi. E’ molto meglio che scoppia adesso in un contesto di forte crescita globale (fino a prova contraria) piuttosto che fra uno o due anni, con un ciclo magari più debole. Poi, sempre con i loro occhi perversi, vediamo una riqualificazione delle operazioni di fusione e acquisizione. Fine di quelle a leva troppo lunga, mantenimento e rilancio (già in pieno corso) di quelle con soldi propri o con leva ragionevole. Che c’è di male?
Continuiamo. Il costo del capitale per le imprese sta aumentando (salgono i tassi e si deve vendere a un prezzo più basso l’equity). Bene, ottimo. A una Corporate America che ha messo su peso e ha un costo del lavoro per unità di prodotto in crescita un po’ di dieta fa solo bene. Ancora. Il mondo del carry trading e il mondo dello yield enhancement (due mondi che nella loro testa lavano e rimuovono il peccato originale del rischio trasformandolo in una banale, innocente e piacevole rendita) si prendono una sonora lezione. Erano stati più volte ammoniti. D’ora in avanti, augurabilmente, staranno più accorti e tranquilli. Andiamo avanti. Il petrolio è sceso del 12 per cento dai massimi. Dean e Erin, che un mese fa l’avrebbero fatto salire tranquillamente sopra gli 80 dollari, lo lasciano a 68. Le materie prime sono quasi tutte più deboli. Eccellente.
Per finire. Le attese di inflazione (e anche l’inflazione che stiamo vivendo, quella che vedremo nei dati che saranno pubblicati in settembre e ottobre) volgono verso il basso. Esattamente quello che si voleva. Quello che abbiamo descritto è il pensiero dell’ala più severa dei policy maker. Per quanto dura, tuttavia, anche quest’ala non desidera, verosimilmente, che la correzione vada oltre. Solo Lacker, nel suo splendido isolamento, dice che gli spread di credito saliranno ancora un po’ e nel dirlo pare soddisfatto. Lui è fatto così. La parte maggioritaria dei banchieri centrali condivide la soddisfazione dei duri, ma sa che non è il caso di strafare ed è pronta a qualche ragionevole compromesso. Bernanke, prima di succedere a Greenspan, è andato tutti i giorni alla Casa Bianca per alcuni mesi. Ufficialmente faceva il consigliere, ma in realtà era lì per farsi prendere le misure e per imparare come ragionano i politici. I quali, se lo hanno poi proposto al Congresso per la nomina, devono avere pensato che qualcosa aveva assimilato. Per quanto ingolositi dalle opportunità offerte dalla crisi dei mercati, i banchieri centrali mainstream sanno che ci sono anche rischi potenzialmente seri di avvitamenti e di corto circuiti anche più gravi di quelli che abbiamo visto in questi giorni. Prima ancora di pensare alle ricadute sull’economia reale sanno che devono garantire l’integrità delle grandi banche e del sistema finanziario in generale. Sanno quindi che possono non bastare le cure sintomatiche di questi giorni, per quanto sapienti e generose. Sono ormai pronti, in cuor loro, a fare qualcosa di più. A rinviare cioè gli aumenti dei tassi in Europa e in Giappone e a tagliare in America. Cercano però di agire, come dicono gli inglesi, con grazia e dignità. Nei tempi, nei modi e nelle quantità. I tempi saranno quelli canonici dei board già in calendario. I modi saranno cauti, mantenendo i mercati in un minimo di incertezza (ma non molto di più di un minimo) e cercando di raccogliere nel frattempo dati concreti su crescita e inflazione che supportino la disponibilità al compromesso. Le quantità dei tagli saranno limitate. Se alla fine i tagli saranno stati due o addirittura tre, la Fed se ne riprenderà indietro almeno uno più avanti. La nuova Fed non ha più la spregiudicatezza intellettuale di Greenspan, ma non per questo è dottrinaria. Cerca in tutti i modi di essere saggia, ragionevole e intellettualmente onesta e di avere un minimo di coerenza in quello che fa. Le misure delle banche centrali addolciranno la crisi in corso, ma non la cancelleranno. Occorrerà del tempo perché le ferite si rimarginino.
Nel nostro scenario di base un taglio misurato dei tassi attenuerà di molto la potenziale carica esplosiva del vero epicentro della crisi, che non è il costo dei mutui ma il prezzo delle case. Questo prezzo (che in Europa e Asia, sia pure sempre più lentamente, sta ancora aumentando) nelle intenzioni della Fed deve scendere il più lentamente possibile. Greenspan ha detto nei mesi scorsi che l’ideale è che rimanga addirittura invariato in termini nominali e scenda solo in termini reali. Case in lentissima discesa e borse in lentissima salita sono oggi con ogni probabilità l’obiettivo della Fed, che come tutte le banche centrali non ama ammettere che fa asset targeting ma che è poi costretta a farlo per le implicazioni che il valore degli asset ha per l’economia reale. Chi investe deve, nelle prossime settimane, evitare di abbandonarsi allo sconforto (e vendere) nei momenti difficili ed evitare di pensare che sia stato solo un brutto sogno (e comperare più in alto) nei momenti di ripresa come quello in corso. Il secondo trimestre americano è forse storia antica, ma è pur sempre il punto da cui parte questa crisi. Ebbene, in questo secondo trimestre il Pil è cresciuto del 4 per cento annualizzato e gli utili anno su anno sono saliti, alla fine, del 10 per cento. D’altra parte non si può ignorare che gli utili della finanza e quelli dell’energia sono il 40 per cento degli utili dell’SP 500 ed è difficile pensare che non subiranno contraccolpi dalla crisi finanziaria e dalla discesa del petrolio. A sua volta, questo aspetto certamente negativo andrà bilanciato, almeno in parte, con i tassi più bassi. Il tanto citato 1998, dopo un ribasso estivo del 25 per cento, si chiuse sui massimi dell’anno.
L’incertezza cha avvolge questo 2007 scoraggia dal fare previsioni ardite, ma la possibilità che a fine anno le borse siano sopra i livelli attuali è ancora concreta. Una volta usciti dalla terapia intensiva cui sono sottoposti in questi giorni i mercati torneranno volatili. La volatilità sarà un elemento strutturale dei prossimi due anni anche nel migliore degli scenari possibili. Da qui in avanti, come ha detto Mohammed El-Erian del fondo di Harvard, più ancora che indovinare la tendenza giusta sarà importante lavorare sulla gestione dei rischi. Sbagliare una mossa in un ambiente volatile è perdonabile e recuperabile se la leva è bassa, diventa potenzialmente fatale in caso contrario. Per concludere, una riflessione su 1987 e 1998. In entrambi i casi i mercati pensarono, tanto per cambiare, a un nuovo 1929. Le banche centrali, pur andando incontro ai mercati, continuarono a pensare che l’espansione sarebbe continuata. Oggi sappiamo che le banche centrali ebbero ragione e i mercati torto. E’ ragionevole puntare sul fatto che anche questa volta sarà così.
Commenti recenti