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Archivio per la categoria ‘banche d’affari’

Crisi nella zona euro: è cambiata l\’aria – Quotidiano Net

lunedì, 6 febbraio 2012 Lascia un commento

Crisi nella zona euro: è cambiata l\’aria – Quotidiano Net

viaCrisi nella zona euro: è cambiata l\'aria – Quotidiano Net.

IL DOVERE DELLA FRETTA

sabato, 3 dicembre 2011 Lascia un commento

di Giuseppe Turani

E se dietro l’angolo dell’economia italiana fosse in attesa un iceberg più grande di quello che oggi immaginiamo? Un iceberg capace di regalarci sette anni di recessione? L’Ocse (che è l’organizzazione degli Stati più industrializzati) ci ha spiegato che nel 2012 l’Italia rischia una leggera recessione (dopo un anno in cui tutti, qui, invocano la crescita). L’Ocse è un’organizzazione molto gentile e molto prudente, diplomatica: cerca di mandare io segnali giusti, ma senza creare il panico. In realtà, i rischi che attendono l’Europa e l’Italia sono più grandi di quelli disegnati dall’organizzazione con sede a Parigi, a prescindere da eventi catastrofici come l’eventuale crollo dell’euro. Tutto questo ha cambiato la qualità dei dibattiti e l’agenda di Mario Monti, che è diventata molto più rapida e svelta. Le anticipazioni delle misure che stanno per essere varate la dicono lunga: aumenti dell’Irpef, tagli alla sanità, tassa sul lusso, oltre naturalmente all’inevitabile stretta sui trattamenti pensionistici. Probabilmente l’ingorgo di incontri, informative e appuntamenti istituzionali che il premier è stato costretto a mettere in calendario da oggi a lunedì non ha precedenti. È lo specchio dell’urgenza e della concitazione del momento. Non a caso la cancelliera Angela Merkel ci ha ricordato ieri che l’Italia è responsabile del proprio futuro ma anche del futuro dell’intera Europa (lo sapevamo, ma sappiamo anche che certamente il futuro dell’euro non dipende solo dal governo Monti).

Per quanto riguarda l’Europa, gli economisti della banca d’affari Morgan Stanley hanno appena messo a punto tre scenari. In quello «centrale» si prevede una recessione (meno 0,2 per cento di Pil) nel 2012 e una lieve ripresa (più 0,9 per cento) nel 2013. Ma c’è anche lo scenario «cattivo» (se qualcosa va storto): in questo caso la recessione del 2012 è pesante (meno 2 per cento) e nel 2013 si è ancora in recessione, sia pure con valori più attenuati (meno 0,3 per cento di Pil). Lo scenario buono non è esaltante, ma va bene: crescita moderata nel 2012 e più sostenuta nel 2013.

I drammi vengono fuori quando si va a vedere la scheda relativa all’Italia. E lì ci si rende conto di quanto sia gravoso il compito di Mario Monti. Nello scenario-base degli economisti di Morgan Stanley la recessione del 2012 si spingerà fino a una diminuzione del nostro Pil dell’1 per cento (quindi sarà consistente) mentre la ripresa del 2013 sarà appena percettibile: più 0,2 per cento. Il pareggio di bilancio non sarà raggiunto e, soprattutto, la disoccupazione, che oggi è poco sopra l’8 per cento, dovrebbe arrivare fino a superare l’11 per cento.

Si tratta di numeri che, se dovessero concretizzarsi davvero, difficilmente potrebbero essere sopportati dal paese sul piano sociale e politico. Insomma, avremmo la gente nelle piazze. Questo è lo scenario «centrale»: è quello che succederà se saremo solo poco coraggiosi. Ma anche per il nostro Paese esiste uno scenario «cattivo»: se non facciamo niente. E è da incubo. Recessione del 3,1 per cento nel 2012 e del 2 per cento nel 2013,. Poi, recessione con diminuzione del Pil dello 0,4 per cento per tutti gli anni che vanno dal 2014 al 2018. Insomma, sette anni di recessione, tutti di fila. Al di là di quel che pensano Bossi, Di Pietro o Susanna Camusso, forse è meglio muoversi. Buon lavoro, professor Monti.

(Dal “Quotidiano Nazionale” del 3 dicembre 2011)

giovedì, 12 maggio 2011 Lascia un commento

IN FUGA DAI FONDI

lunedì, 20 settembre 2010 Lascia un commento

I mercati azionari sono diventati talmente speculativi che ci sono operatori che lavorano un’ora all’apertura e un’ora alla chiusura. Tanto, spiegano, in mezzo non succede niente, se non un po’ di altalena. E questo perché le grandi case concentrano l’attività all’inizio e alla fine della giornata borsistica nel tentativo di far segnare ai listini quello che vogliono loro. Quello che accade in mezzo non fa storia e è lasciato nelle mani degli operatori minori.

In mezzo a questa confusione-speculazione si intravedono però delle nuove tendenze. E non sono positive. Due dati arrivati dagli Stati Uniti negli scorsi giorni devono far riflettere. Il primo é la chiusura di oltre quattrocento fondi di investimento, il secondo è l’ulteriore uscita in massa dei risparmiatori dai fondi azionari. Due elementi per una conferma: l’americano ha sempre meno voglia di comprare azioni.

D’altra parte con le tosature che ha subito negli ultimi anni c’é poco da meravigliarsi. Non solo ma tanti americani, cosi come tanti altri nel mondo, devono concentrare le proprie sostanze per vivere, ora che i guadagni di ogni nucleo familiare sono scesi, per pagare il mutuo e non perdere la casa e, per chi può, per dedicare risorse a cose più importanti di quella quota di risparmi che fino a ieri serviva per provare a guadagnare qualche soldo extra. Ora, lentamente, ma inesorabilmente, parte di quella massa di denaro viene meno. E soprattutto, con masse da amministrare ridotte, alcuni gestori non riescono più a raggiungere il pareggio dei costi e sono costretti a chiudere.

Che ci volesse una razionalizzazione di un settore che era cresciuto oltre ogni logica lo si sapeva. Ma che in poche settimane centinaia di società di gestione di fondi abbiano chiuso fa effetto. Forse pero’ fa ancora più effetto la quantità di riscatti dai fondi azionari in genere, per miliardi di dollari, perché – se non ora, nel tempo – potrebbe venir meno quel propellente finanziario che tanto é servito per lo sviluppo di gruppi industriali in tutto il mondo. Le cifre dei riscatti sono ancora modeste, se le si paragona allo spessore totale dei listini. Pero’ se la cosa andrà avanti il fenomeno potrebbe diventare preoccupante.

Anche perché ci aspetta una stagione di ricapitalizzazioni obbligate in quasi tutte le grandi banche del mondo. Per raggiun­gere i ratio minimi di solidità, per coprire i buchi di bilancio, insomma per poter ricominciare a fare attività senza l’angoscia di poter avere problemi di liquidità da un momento all’altro. Per ora i più accorti si sono messi a emettere obbligazioni e non passa giorno che non escano nuove proposte. Ma quanto ossigeno ha il mercato per continuare a sottoscriverle? Anni fa si poteva sostenere che il private equity avrebbe supplito pesantemente alle necessità di capitali per aziende e banche, visto che erano pieni di liquidità da investire.

Oggi pero’ quelli che per una breve stagione erano stati dipinti come i nuovi padroni del mondo sono – in parecchi casi – con le ossa rotte dalla loro stessa aggressività. Operazioni con leve finanziarie esagerate, società strapagate, acquisti basati su crescite ben presto rivelatesi irrealistiche sono solo tre delle principali categorie dei tanti errori da loro commessi. Ed ecco che anche qui fondi prestigiosi come Candover (protagonista in Italia di grandi operazioni come Ferretti e Technogym) chiudono bottega, molti altri sono lacerati da lotte intestine tra gestori e non riescono neanche più a investire i pochi soldi residui. Altri ancora hanno semplicemente finito i soldi e non ne trovano di nuovi perché i loro investitori (grandi banche, assicurazioni, fondi di previdenza ad esempio) hanno a loro volta capito che é iniziato un periodo in cui é bene non sperare in operazioni con alti ritorni a fronte di altissimi rischi, ma é bene accontentarsi di rendimenti più modesti. Ma più sicuri.

(da “Repubblica” del 19 settembre 2010)

Merrill Lynch: alla larga da Citigroup, Lehman e Bear Sterns

mercoledì, 29 agosto 2007 Lascia un commento

di Mariangela Tessa

 Citigroup, Lehman Brothers e Bear Stearns. Queste, secondo di Merrill Lynch, le tre banche d’affari maggiormente esposte alla crisi del mercato creditizio. E che, di conseguenza, potrebbero vedere i propri utili subire flessioni più significative. Con queste motivazioni, ma anche per via del rallentamento delle attività di investment banking, la banca d’affari americana ha tagliato il giudizio sui titoli dei tre broker a neutral dal precedente buy. Anche per Jp Morgan le attese non sono delle più rosee. Insieme a Citigroup – dicono da Merrill – la banca americana subirà le perdite più grosse nel terzo trimestre, quello in chiusura a fine settembre.  Tuttavia, a differenza dei titoli delle concorrenti, le azioni di Jp Morgan appaiono già ampiamente deprezzate ( negli ultimi tre mesi il titolo ha registrato la peggiore performance sull’indice Dow Jones).  Una maggiore diversificazione delle attività – aggiungono infine da Merril – mette invece al riparo da spiacevoli sorprese Goldman Sachs e Morgan Stanley che, nel loro settore, appaiono i due titoli meno rischiosi.  

Ma veniamo alle stime sulle singole banche. In base ai calcoli elaborati da Merrill Lynch, la Lehman Brothers raggiungerà il prossimo anno un utile per azione pari a 6,8 dollari, ovvero il 22% in meno rispetto alle stime fatte in precedenza e in calo rispetto ai 7,07 dollari attesi per quest’anno.  Per Bear Sterns invece la fase più difficile dovrebbe concludersi nel 2007 quando sono attesi utili per azione a 11,86 dollari contro i 14,27 dollari registrati nel 2006. Una lieve ripresa è invece messa in conto nel 2008, quando gli eps dovrebbero risalire a 12,07 dollari.  Un taglio alle stime è arrivato infine anche sugli utili per azione 2008 di Citigroup e Jp Morgan, visti rispettivamente a 4,91 dollari (-4,7% rispetto ai precedenti calcoli) e 4,72 dollari (-3,9%).    

Se le prospettive sugli utili non sono delle più rosee, in Borsa gli effetti della crisi finanziaria che sta attraversando il mercato si è già vista. Da inizio anno, le azioni della Bear Sterns hanno perso il 30%. Analoghe le perdite della Lehman che sembrano destinate ad archiviare il 2007 come l’anno peggiore dal collocamento.   

Categories: banche d'affari
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