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LE BANCHE E LA LEGA
Quella della Lega di Bossi per i soldi è una passione antica, che però sta conoscendo nuovi fasti. Il teorema è abbastanza semplice. Poiché la Lega è convinta che il Nord (la Padania) sia suo, ritiene che debbano essere sue anche le banche del Nord (cioè tutte le più importanti). E lo dice senza false ipocrisie. Non ha difficoltà a sostenere che il credito, almeno nel Nord, vada subordinato alla politica.
D’altra parte è quello che la Lega ha appena fatto con Unicredit (l’unica banca italiana “europea”), con la scusa che dovrà occuparsi di più dei problemi del territorio. E, a quanto si legge, si appresta a tentare qualcosa del genere anche con l’altra grande banca milanese, l’Intesa. Lì, probabilmente, troverà un terreno più difficile. Ma attraverso le Fondazioni bancarie si può sempre sperare di aprirsi un varco e alla fine controllare il management.
Di fronte a tanta decisione (e spudoratezza) mi viene in mente (ma parliamo di quasi quarant’anni fa) quel responsabile “credito” del Psi di Bettino Craxi che due volte all’anno faceva il suo bravo censimento: quanti socialisti nelle casse di risparmio, quanti democristiani, quanti repubblicani, quanti comunisti. E arrivava sempre alla solita, scontata, conclusione: i posti per i socialisti erano troppo pochi rispetto al peso elettorale del Psi. E quindi, con forza, pretendeva più spazio.
Nella logica di quel tempo, aveva anche ragione, naturalmente. In questi decenni, però, avevamo superato l’idea che le banche debbano essere spartite fra le forze politiche sulla base dei loro voti e del loro peso nei governi. Abbiamo capito che le banche sono un ingranaggio essenziale del mercato e che, come tali, vanno lasciate agire secondo appunto logiche di mercato.
Ma tutto questo era vero sino all’arrivo sulla scena della Lega. Che invece si è messa, apertamente e senza pudori, a rivendicare più spazio nella banche, fino a proclamare: a noi le banche del Nord. Il perché è abbastanza semplice. Al Nord la Lega deve dimostrare di saper fare qualcosa. Solo che le amministrazioni locali non hanno soldi. I soldi (dei risparmiatori) stanno nelle banche. Se allora si mettono le mani sulle banche, poi si possono indirizzare i “flussi”, cioè i finanziamenti. Il precedente, disastroso, del Credieuronord (una banca fondata e diretta dalla Lega) non fa testo. Lì i crediti si facevano non sulla base di regolari istruttorie bancarie, ma sulla base di “segnalazioni” dello stato maggiore della Lega: “E’ un bravo figliolo, gran lavoratore, lui e la famiglia. Quanto vuole? Un miliardo? Va bene, dateglielo”.
Credieuronord è finita, ovviamente, sull’orlo della bancarotta. E alla fine ha dovuto intervenire Fiorani (quello della Popolare di Lodi) per salvarla, prima di finire a sua volta a dover essere salvato.
Ma questi precedenti non fanno scuola. La Lega, nella sua ricerca disperata di mezzi finanziari per puntellare la sua presenza al Nord, vuole le banche. Banche, ovviamente, da riempire poi di “segnalazioni” amichevoli come quelle che hanno affossato il Credieuronord. Non contenti, comunque, di allungare le mani su Unicredit e su Intesa, cioè sull’aristocrazia delle banche italiane, adesso hanno proposto (onorevole Reguzzoni) di creare una vastissima rete di banche comunali, sempre per sostenere le attività del territorio. In un paese strapieno di sportelli bancari, ne vogliono degli altri. Ma questa volta davvero amici. Quale autonomia volete che abbia una banchetta comunale, magari con appena tre sportelli, davanti al sindaco o al segretario della Lega? Il fatto che già esistano, sul territorio, ben 4300 sportelli del credito cooperativo (che hanno una lunghissima storia alle spalle) non li impressiona. Quella che è mica roba loro. E invece la Lega vuole proprio le “sue” banche, esattamente come i democristiani di quarant’anni fa.
(da “Repubblica” del 21 novembre 2010)
Le colpe delle banche nella crisi dei mutui
di Giuseppe Turani
da la Repubblica di domenica 26 agosto 2007
Ormai il mondo finanziario é diviso a metà: c’è chi dice che la crisi é stata passeggera e salutare e chi sostiene che invece si é innestato un fenomeno sistemico. A parte le buone ragioni degli uni e degli altri, quello che invece sta chiaramente emergendo sono le condizioni – ma ormai possiamo tranquillamente chiamarle colpe – che hanno generato questa situazione. I colpevoli sono infatti di almeno tre categorie:
1 – Le banche centrali. Che gli hedge fund, gli strutturatori di operazioni (gli ormai famosi “impacchettatori” di subprime, crediti al consumo, private equity e chissà cosa altro ancora) e gli operatori finanziari più spregiudicati stessero progressivamente esagerando con prodotti derivati e cartolarizzazioni di ogni genere lo si capiva da tempo. E lo capivano tutti. Però nessuna banca centrale ha mai alzato un dito contro coloro che stavano inquinando il sistema con iniezioni di droghe sempre più pesanti. Non si é sentita, né in America, né in altri paesi, nessuna revoca di licenze, nessuna limitazione all’attività, nessun maggior vincolo posto a strutture spesso minime e sprovviste anche dei normali criteri di “compliance” che ogni istituzione finanziaria dovrebbe avere. Dove erano in questi anni le banche centrali? A bearsi dell’esistenza di una liquidità poi rivelatesi più finta che vera ? A bearsi del proliferare del numero di intermediari finanziari senza preoccuparsi della loro qualità? Ad alzare e ad abbassare i tassi in modo semiautomatico ma mai – oggi lo si capisce con grande evidenza e lo hanno sottolineato bene Boeri e Guiso in un loro recente studio – in modo veramente “strategico”? Che delusione vederli oggi vomitare in pochi giorni oltre 325 miliardi di dollari sul mercato per turare le falle di una liquidità improvvisamente scomparsa. Non solo, ma sentendo Paulson, il nuovo responsabile dell’economia americana, la crisi é ben lungi dall’essere sanata. Per cui per ora queste iniezioni di liquidità sembrano solo l’inizio.
2 – Le società di rating. Lo hanno detto già in molti ma vale la pena di ribadire che questi teorici garanti di valore e qualità dei titoli sono indubbiamente co-colpevoli di questo stato di cose. Il fatto che i “piccoli mostri” impacchettati avessero anche dei bollini blu (spesso tripla A, meglio della qualità del debito di un paese come l’Italia) da parte delle primarie agenzie di rating é realmente inaccettabile. E la circostanza che da qualche giorno si siano accorte dei loro bluff e abbiano improvvisamente abbassato i giudizi su migliaia di titoli é la conferma della superficialità con cui si fanno queste cose. Purtroppo però, come nel caso Parmalat, sembrano intoccabili. Sono sempre li.
3 – Le banche. Nessuno invece parla delle colpe delle banche, che sono in realtà enormi. Forse non é chic parlare male dei banchieri, ma se ci si domanda come gli hedge fund potessero fare il famoso “effetto leva”, cioè indebitarsi e molto, se ci si chiede chi consentiva la confezione e la vendita degli impacchettamenti, se si indaga sui tassi da capogiro del credito al consumo o sulle operazioni “a tutto leverage” del private equity, si finisce sempre e solo, fatalmente, in banca. D’altra parte, se si volevamo impiegare i soldi a tassi un po’ più alti, un po’ di rischi andavano presi ed ecco che insospettabili banchieri si sono riempiti le casse e hanno riempito i fondi dei clienti di questa strana roba. Con il meccanismo dei fondi di fondi sembrano non esserci strutture bancarie esenti da questo contagio in tutto il mondo. Infatti anche i tanti comunicati diramati in questi giorni parlano di mancata partecipazione “diretta” ai piccoli mostri. Peccato che per scoprire i misteri delle partecipazioni indirette ci vorranno mesi, come ammette anche Paulson.
Adesso però bisognerà vedere il comportamento delle banche. Ci sono forti le pressioni affinché mantengano i rubinetti aperti verso almeno parte di coloro che fino a ieri hanno finanziato senza problemi. Però qualcuno si é accorto che forse sarebbe meglio selezionare i debitori con maggior criterio. Ma come qualche soldo viene meno ecco che agenzie di vendita mutui, impacchettatori ed hedge fund di vario calibro saltano come birilli. Se si pensa che uno dei maggiori operatori americani del settore dei mutui ha licenziato il novanta per cento dei dipendenti mandando una semplice e-mail, vengono i brividi. Anche senza pensare all’Alitalia. Comunque le dimensioni del disastro sono rilevanti. Quasi trentamila persone sono state licenziate da società del settore finanziario da fine luglio. Alcuni commentatori d’oltreoceano danno per definitivamente finita, distrutta, l’industria dei piccoli mutui immobiliari. E le banche che l’hanno finanziata che buchi hanno in bilancio? O a loro volta hanno riscaricato il tutto su qualche ignaro sottoscrittore, magari arabo, cinese o nel cosiddetto retail, cioè sul vasto pubblico? Dal vertice tra Bernanke e Paulson é emerso che il livello di complessità della questione é enorme. Come dire che pochi ci capiscono qualcosa. Ma se non capiscono neanche il livello di gravità della situazione personaggi di quel calibro, che peraltro continuano a dare messaggi rassicuranti mentre iniettano liquidità a fiumi, l’unica cosa certa é che c’é da stare in guardia ancora per un bel po’. Potrebbero esserci forti scosse di assestamento.



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