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Archivio per la categoria ‘Finanza’

LE SCARPE E IL BANCHIERE

sabato, 9 aprile 2011 Lascia un commento

di Giuseppe Turani
Milano. “Ma non, non c’è nessun disegno, e dietro non c’è proprio niente. C’è solo che io sono stato messo nel consiglio delle Generali per rappresentare gli azionisti e questo voglio fare. Se vedo delle cose che non vanno bene, protesto. Le Generali devono fare il proprio mestiere e dare dei buoni utili agli azionisti, che ci hanno messo i soldi. Tutto il resto sono chiacchiere”.
Sono già passati alcuni giorni dalle prime sfuriate contro gli “arzilli vecchietti” (Cesare Geronzi, presidente di Generali, e Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Banca Intesa). Della Valle è sul suo aereo e sta volando verso le Marche, da Milano, dove c’è stata l’alluvione con seri danni proprio a Casette d’Ete, suo quartier generale.
Da come parla, si capisce che ha un po’ l’aria di chi non pensa di aver detto cose esplosive: “Ho solo detto che le società devono fare il loro mestiere”. E ha suggerito che le Generali, ma il criterio dovrebbe essere universale, si concentrino sulle partecipazioni relative al proprio lavoro, settore di intervento. E ha insistito, ad esempio perché le Generali vendano la quota che hanno in Rcs, che secondo lui non c’entra niente con la compagnia triestina, ma che serve solo al suo vertice, cioè a Geronzi, per “comandare”, almeno un po’, sul più importante giornale italiano. Perché, si chiede Della Valle, i soldi degli azionisti devono servire a fare queste cose? Quelli hanno investito su una compagnia assicurativa, mica su altro.
In realtà, Della Valle, con la sua di dire, io vengo da Casette d’Ete, dove la gente lavora a fare scarpe, che poi cerchiamo di vendere, e basta, ha scoperchiato un problema gigantesco, e che non ha quasi soluzione: quello degli assetti del capitalismo italiano.
Il nostro capitalismo, si sa, è sempre stato un capitalismo con pochi soldi. E quindi è sempre stato in piedi grazie a appoggi e a sostegni di varia natura. In gran parte, poi, si è sorretto per decenni sull’ingegno di un solo uomo: Enrico Cuccia. Con Mediobanca (che era dello Stato-Iri, ma che lui usava come fosse sua) è sempre intervenuto ogni volta che c’era bisogno di qualcosa.
Sul finire della sua vita aveva addirittura concepito il grandioso disegno della galassia del Nord. In pratica si trattava di impastare Mediobanca, Generali, Comit e Credit più qualcos’altro in un unico blocco, di fatto autoreferenziale, dove ogni soggetto avrebbe garantito il controllo e l’indipendenza dell’altro. E la Galassia avrebbe potuto fare da scudo anche nel caso in cui Fiat, Pirelli o qualche altra società avesse avuto bisogno di un soccorso o di una protezione.
Nella sua testa non era un disegno autoritario o contro le leggi del mercato. Era solo un modo per dare una certa autonomia a un blocco finanziario, e quindi per consentire al capitalismo del nord, quello che era anche stato definito come “l’ala nobile del capitalismo italiano” di poter crescere senza dover subire i ricatti della politica.
In realtà, il disegno della Galassia del Nord è rimasto solo un disegno e alla morte di Cuccia, giugno del 2000, il capitalismo italiano si trova quanto mai disorganizzato. Meno di tre anni dopo, nel gennaio del 2003 muore anche Gianni Agnelli (seguito a meno di un anno dal fratello Umberto). A quel punto il capitalismo italiano non ha più punti di riferimento, non ha più “grandi vecchi” a cui appellarsi o a cui chiedere consiglio. Ognuno è solo nella prateria.
Di fatto, come “regolatori” del traffico, in una certa misura, emergono due personaggi, Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi. Bazoli, cattolico molto intelligente e con una grande esperienza politica, non è banchiere di lungo corso. Lui entra in scena quando collassa il vecchio Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Nino Andreatta, che è al Tesoro, non trova nessuna banca e raccolga le spoglie dell’Ambrosiano. Tutti i più grandi banchieri gli dicono di no. Alla fine, si rivolge all’amico Bazoli. Bazoli arriva e nel giro di non molti anni da quel rottame tira fuori l’attuale Banca Intesa (con dentro anche il San Paolo di Torino).
Bazoli, insomma, ha qualche titolo, qualche medaglia conquistata sul campo. Se Banca Intesa oggi esiste, lo si deve anche alla sua testardaggine e alla sua abilità diplomatica.
Bazoli, che è presente anche lui nella Rcs-Corriere della Sera, sostiene che è stato Gianni Agnelli, sul letto di morte, a affidargli in “Corriere della Sera”, pregandolo di occuparsene e di mantenerne l’indipendenza.
Geronzi ha un percorso tutto diverso (anche se poi i due si conoscono e si sono anche frequentati a lungo). Geronzi, ex ragazzo prodigio dell’ufficio cambi della Banca d’Italia, è andato poi alla Banca di Roma (che ha ingrandito assorbendo altri istituti in disordine) e lo si ritrova in tutti gli affari un po’ border-line di questi anni. La sua tesi è che è intervenuto per evitare il peggio. Altri dicono che è vero il contrario, e cin sono cause giudiziarie pendenti.
Ma non è questo il punto. Dopo un breve passaggio a Mediobanca, come presidente, Geronzi va alle Generali, sempre come presidente. E ha in testa un’idea, da sempre, e cioè che il capitalismo italiano è disordinato e fragile e che le Generali potrebbero dare una mano (sono piene di soldi) a aggiustare un po’ le cose.
Si tratta della stessa idea che, su un altro fronte, coltiva Bazoli. Tutti e due si ritengono “banchieri di sistema”. Non sono lì solo per fare soldi, ma per migliorare il sistema complessivo, intervenendo dove il potere pubblico o il potere privato non riesce a combinare qualcosa di positivo. Sarà un caso, ma tanto Banca Intesa quanto le Generali le ritroviamo a giocare “fuori casa”, nella Rcs-Corriere e in Telecom. Nel primo caso , svanita la vecchia proprietà Rizzoli, cercano di tenere in piedi un grande gruppo editoriale senza che finisca in mano a qualche raider straniero o nazionale. Nel secondo, una volta allontanato Tronchetti Provera dalla Telecom, e non essendoci un nuovo proprietario di ricambio, fanno i proprietari sostituti, non avendo peraltro alcuna competenza o vocazione per le telecomunicazioni.
Questi sono due casi molto evidenti, ma se si osserva con cura il capitalismo italiano si vedono molte partite “fuori casa”. In parole più semplici: non si trova un padrone accettabile per la Rcs o per la Telecom, e allora si va avanti con queste cose, con Bazoli e Geronzi che danno una mano (e che, naturalmente, poi cercano di influire, già che sono lì).
Il pasticcio c’è, inutile dire che non esiste, e la provocazione di Della Valle è grossa. In sostanza lui predica un capitalismo dove ognuno faccia il suo mestiere (perché mai le Generali dovrebbero occuparsi del Ponte sullo stretto di Messina, solo perché il governo non sa a chi diavolo farlo fare?).
Solo che questo capitalismo, se riportato a delle regole corrette di funzionamento, non sta in piedi. Basterà solo un esempio: le due più grandi banche italiane (Intesa e Unicredit) stanno lì (e possono intervenire a aiutare gli altri, in forme proprie e improprie)= solo perché alle spalle hanno le fondazioni (che ne assicurano la stabilità proprietaria. Solo che le fondazioni bancarie sono di fatto soggetti abusivi della scena capitalistica. Non hanno azionisti e non rispondono a nessuno (se non a qualche politico) di quello che fanno. Sono, tecnicamente, soggetti irresponsabili.
Ma se si obbligassero le fondazioni a uscire dalle banche (e questa sarebbe una grande operazione di pulizia e di trasparenza) le nostre due maggiori banche (non essendoci qui nessuno che se le voglia comprare) sarebbero preda del primo raider internazionale.
Insomma, Della Valle ha ragione. Sotto il cielo del capitalismo italiano c’è troppa confusione e ci sono troppi giochi. Ma per fare ordine sarà necessaria una lunga marcia. Lunghissima.
(da “Uomini & Business” di marzo 2011)

Categories: 2011, Finanza

Parmalat, ok del cdm: al Tesoro partecipazioni in aziende strategiche – Corriere della Sera

giovedì, 31 marzo 2011 Lascia un commento

Parmalat, ok del cdm: al Tesoro partecipazioni in aziende strategiche – Corriere della Sera

viaParmalat, ok del cdm: al Tesoro partecipazioni in aziende strategiche – Corriere della Sera.

Categories: 2011, Finanza, Italia

FARSI MALE

lunedì, 24 gennaio 2011 Lascia un commento

“Dal marzo 2009 l’SP 500 è salito del 92 per cento ed è chiaro che la parte più facile e lineare è terminata. Nella prima fase di un bull market si misura essenzialmente il testosterone dei gestori. Vince chi si butta per primo nell’acqua gelida e vi rimane più a lungo senza avere ripensamenti. La seconda parte premia invece la qualità del lobo frontale della corteccia, ovvero la capacità analitica, e quella del collicolo superiore, che guida i movimenti verso un punto preciso (come un TomTom) ed è indispensabile per saltare da un settore all’altro senza farsi male”. Così scrive Alessandro Fugnoli nel suo ultimo report (“Rosso e nero”, Kairos). In realtà, a sentire autorevoli operatori, non siamo ancora arrivati alla seconda fase, quella cioè in cui bisogna saper distinguere fra azienda e azienda, settori e settori. A quello si arriverà, magari passando attraverso un piccolo crollo del mercato, quando in America l’occupazione comincerà a salire sul serio. Quando cioè l’economia americana dimostrerà di essere definitivamente fuori dalla crisi, capace di auto sostenersi (senza bisogno di aiuti “esterni”, come invece avviene ancora adesso).

Categories: Finanza

LA TEMPESTA PERFETTA

lunedì, 8 novembre 2010 Lascia un commento

Una sorta di tempesta perfetta si sta formando al largo dell’Europa e c’è qualche probabilità che arrivi da queste parti all’inizio della primavera, come le rondini. Gli esperti dicono che potrebbe essere una tempesta complicata da affrontare. Ma è ancora presto per fare questi ragionamenti. Il luogo in cui sta maturando sono gli uffici della Federal Reserve a Washington, la banca centrale degli Stati Uniti.
Come si sa, i vertici della Fed hanno deciso che nei prossimi mesi rovesceranno sul mercato qualcosa come 600 miliardi di dollari. Nel senso che con questi soldi compreranno titoli e titolacci che oggi ingombrano il mercato. In realtà, l’operazione è l’ultima arma nelle mani dell’America per dare una spinta alla sua economia. Insomma, benzina per il motore dell’economia più grande del mondo.
E che ci sia bisogno di questo nuovo carburante è chiaro a tutti. Oggi l’America conta 14 milioni di disoccupati ufficiali e altri 5-6 non dichiarati (gente scoraggiata che sta ai bordi del mercato, e che si nasconde). Poiché oggi il sistema Usa crea circa 100-150 mila posti al mese, è evidente che per riassorbire quei disoccupati ci vorrebbero, alla velocità attuale, più di dieci anni. Solo che in America nessuno ha tutto questo tempo. Non il presidente Obama che nel 2012 deve affrontare la campagna elettorale per la rielezione. E ancora meno quelli che oggi sono senza paga.
Da qui l’idea dell’iniezione di una dose molto massiccia di nuovo carburante. Ma da dove verranno questi 600 miliardi di dollari? Molto semplice: dai torchi della stessa Federal Reserve, che provvederanno a stampare questi biglietti verdi nuovi di zecca. Questi soldi finiranno alle banche che, in cambio, cederanno titoli alla stessa Fed. Ma la cosa importante non è questa.
La questione-chiave (che poi è anche l’origine della tempesta in arrivo) è che se si stampano tanti dollari, alla fine il valore del dollaro scende. Ma se il dollaro si deprezza, le esportazioni americane sono favorite mentre le importazioni dall’estero conoscono più difficoltà. Con questa mossa, cioè, l’America cerca di procurarsi un vantaggio competitivo per esportare di più e per far lavorare di più le proprie aziende (che dovrebbero finalmente assumere con più velocità). D’altra parte, l’ha appena detto anche il presidente Obama che bisogna puntare sulle esportazioni.
E fin qui siamo abbastanza nella norma. Quando un’economia ristagna, se può, svaluta un po’ la moneta e cerca di andare in giro per il mondo a vendere. Solo che, come dice la vecchia battuta (“il dollaro è una risorsa per l’America, ma un problema per gli altri”), questa faccenda rischia di creare grossi guai all’Europa. E non tanto nel senso che da qui sarà più difficile esportare (anche se sarà proprio così), ma proprio perché il dollaro svalutato rischia di creare grossi guai all’euro. La Germania e i paesi che le ruotano intorno (compreso il nostro Nord) probabilmente soffriranno un po’, ma non tanto. Guadagneranno un po’ meno e dovranno fare un po’ di sconti, ma niente di più. La Germania ormai è molto internazionalizzata (la Bmw produce sia in Germania che in America, e così via), e quindi se la caverà.
Chi si troverà nei guai saranno gli eterni paesi deboli (Portogallo, Spagna, Italia, Grecia), dove gli scossoni euro-dollaro possono provocare una nuova tempesta identica a quella che abbiamo vissuto qualche mese fa e dalla quale siamo usciti per il rotto della cuffia e che ha rischiato di far saltare l’euro. D’altra parte, è già qualche settimana che il mercato dei bond di questi paesi conosce alti e bassi inconsueti.
In sostanza, la svalutazione del dollaro approfondirà ancora di più il solco fra un’Europa (Germania e satelliti) che corre come il vento e un’Europa che sta sull’orlo di una nuova recessione. L’Italia, al di là delle dichiarazioni ufficiali, sta metà di là e metà di qua.

(DA “REPUBBLICA” DEL 7 NOVEMBRE 2010)

IN FUGA DAI FONDI

lunedì, 20 settembre 2010 Lascia un commento

I mercati azionari sono diventati talmente speculativi che ci sono operatori che lavorano un’ora all’apertura e un’ora alla chiusura. Tanto, spiegano, in mezzo non succede niente, se non un po’ di altalena. E questo perché le grandi case concentrano l’attività all’inizio e alla fine della giornata borsistica nel tentativo di far segnare ai listini quello che vogliono loro. Quello che accade in mezzo non fa storia e è lasciato nelle mani degli operatori minori.

In mezzo a questa confusione-speculazione si intravedono però delle nuove tendenze. E non sono positive. Due dati arrivati dagli Stati Uniti negli scorsi giorni devono far riflettere. Il primo é la chiusura di oltre quattrocento fondi di investimento, il secondo è l’ulteriore uscita in massa dei risparmiatori dai fondi azionari. Due elementi per una conferma: l’americano ha sempre meno voglia di comprare azioni.

D’altra parte con le tosature che ha subito negli ultimi anni c’é poco da meravigliarsi. Non solo ma tanti americani, cosi come tanti altri nel mondo, devono concentrare le proprie sostanze per vivere, ora che i guadagni di ogni nucleo familiare sono scesi, per pagare il mutuo e non perdere la casa e, per chi può, per dedicare risorse a cose più importanti di quella quota di risparmi che fino a ieri serviva per provare a guadagnare qualche soldo extra. Ora, lentamente, ma inesorabilmente, parte di quella massa di denaro viene meno. E soprattutto, con masse da amministrare ridotte, alcuni gestori non riescono più a raggiungere il pareggio dei costi e sono costretti a chiudere.

Che ci volesse una razionalizzazione di un settore che era cresciuto oltre ogni logica lo si sapeva. Ma che in poche settimane centinaia di società di gestione di fondi abbiano chiuso fa effetto. Forse pero’ fa ancora più effetto la quantità di riscatti dai fondi azionari in genere, per miliardi di dollari, perché – se non ora, nel tempo – potrebbe venir meno quel propellente finanziario che tanto é servito per lo sviluppo di gruppi industriali in tutto il mondo. Le cifre dei riscatti sono ancora modeste, se le si paragona allo spessore totale dei listini. Pero’ se la cosa andrà avanti il fenomeno potrebbe diventare preoccupante.

Anche perché ci aspetta una stagione di ricapitalizzazioni obbligate in quasi tutte le grandi banche del mondo. Per raggiun­gere i ratio minimi di solidità, per coprire i buchi di bilancio, insomma per poter ricominciare a fare attività senza l’angoscia di poter avere problemi di liquidità da un momento all’altro. Per ora i più accorti si sono messi a emettere obbligazioni e non passa giorno che non escano nuove proposte. Ma quanto ossigeno ha il mercato per continuare a sottoscriverle? Anni fa si poteva sostenere che il private equity avrebbe supplito pesantemente alle necessità di capitali per aziende e banche, visto che erano pieni di liquidità da investire.

Oggi pero’ quelli che per una breve stagione erano stati dipinti come i nuovi padroni del mondo sono – in parecchi casi – con le ossa rotte dalla loro stessa aggressività. Operazioni con leve finanziarie esagerate, società strapagate, acquisti basati su crescite ben presto rivelatesi irrealistiche sono solo tre delle principali categorie dei tanti errori da loro commessi. Ed ecco che anche qui fondi prestigiosi come Candover (protagonista in Italia di grandi operazioni come Ferretti e Technogym) chiudono bottega, molti altri sono lacerati da lotte intestine tra gestori e non riescono neanche più a investire i pochi soldi residui. Altri ancora hanno semplicemente finito i soldi e non ne trovano di nuovi perché i loro investitori (grandi banche, assicurazioni, fondi di previdenza ad esempio) hanno a loro volta capito che é iniziato un periodo in cui é bene non sperare in operazioni con alti ritorni a fronte di altissimi rischi, ma é bene accontentarsi di rendimenti più modesti. Ma più sicuri.

(da “Repubblica” del 19 settembre 2010)

FRENATA AMERICANA

venerdì, 30 luglio 2010 Lascia un commento

Delude il Pil Usa. Nel secondo trimestre crescita del 2,4 per cento (era atteso il 2,6). Male i consumi. Nel primo trimestre la crescita era stata del 3,7 per cento. In rosso tutte le Borse. C’è stato, quindi, un forte rallentamento. Le previsioni degli esperti dicono che nel terzo trimestre la crescita sarà ancora inferiore.

Categories: Finanza, Generale

Congiuntura americana difficile

mercoledì, 21 luglio 2010 Lascia un commento

La congiuntura americana si fa difficile. Forse nel primo semestre 2011 la Fed taglierà ancora il costo del denaro.

GIORNI DIFFICILI PER I MERCATI

lunedì, 19 luglio 2010 Lascia un commento

di Giuseppe Turani

Colpo a sorpresa delle Borse, che sono scese tutte insieme venerdì scorso, e per valori anche importanti. Un vero e proprio crollo. In realtà, tutti si aspettavano che le Borse scendessero due o tre settimane fa: situazione tecnica in bilico, giugno passato indenne per i bilanci, dati macro in indebolimento, sembrava fatta per i ribassisti. Invece, con un paio di colpi di coda tipici di questi periodi più guidati dalla politica che dai fondamentali, ecco un rimbalzo: più del dieci per cento in sei giorni. E molti avevano deciso che davvero il peggio era alle spalle e che si poteva correre verso un lungo rialzo. Dentro questo ritrovato ottimismo si era dimenticato che le “riprese” non sono quasi mai lineari, nette, decise, ma procedono a sbalzi, a onde. Un po’ come chi ha preso una botta in testa e prova a camminare: di solito, barcolla un po’. E prima o poi bisogna pagare il prezzo. Come si é visto nella settimana appena finita: non sono bastate delle ottime semestrali per fare ombra a dati macro tutti brutti. Tutti in rallentamento.

E dopo un paio di altri aiutini politici dell’ultima ora per non far vedere segni negativi su Wall Street, venerdì la politica é stata sconfitta e tutti gli indici hanno perso tra i due ed i tre punti. Segnalando così la probabile inversione di tendenza che ci si aspettava. In verità, già il Giappone, giovedì notte, aveva dato un segnale chiaro, ma la diabolica fantasia dei broker rialzisti aveva cercato di confinarlo a una conseguenza del rafforzamento dello yen. A chi si chiede come é possibile che le semestrali siano cosi buone di fronte ad un’economia in chiaro rallentamento, la spiegazione é semplice. E l’abbiamo già data altre volte.

Tutte le società del mondo di fronte alla crisi hanno tagliato costi, persone, sedi, hanno razionalizzato fabbriche e reti di distribuzione, hanno indirizzato meglio ricerche e studi e, in un concetto banale, hanno abbassato notevolmente il punto di pareggio. Poi sono ripresi i fatturati, i costi fissi non sono saliti, le materie prime neanche ed ecco gli utili. Utili molto importanti.  A tali risultati ha anche contribuito l’andamento di tante aziende allo sbando, che invece hanno dovuto subire pesantemente la crisi a causa dei troppi debiti che avevano in corpo, a causa di dissennate politiche indotte da private equity eccessivamente aggressivi, a causa di una reputazione commerciale che si dissolveva di giorno in giorno, e che hanno lasciate libere quote di mercato.

Tutto questo, senza volerlo, ha aiutato i più forti ed ecco che le società forti e più liquide, le regine di Wall Street e di tutti i mercati, ne hanno tratto grandi benefici. Che poi questo non crei occupazione né fiducia é evidente perché (al vertice delle società) nessuno pensa realmente che la crisi sia davvero finita. Fra l’altro, tutto quello che abbiamo appena detto comporta che la disoccupazione, tanto in America quanto in Europa, rimanga alta. E questo significa stipendi in meno, consumi in meno, in sostanza contributi negativi al decollo della congiuntura, insomma. In un certo senso, i buoni utili sono l’altra faccia della medaglia della forte disoccupazione (“i metalmeccanici scendono in piazza e salgono in Borsa”, si diceva una volta).

Abbiamo già detto che non dovremmo essere in presenza né di double dip né di altre recessioni, ma solo di una crescita lenta (e contrastata), come é giusto che sia, visto che la quantità di estrogeni (e di aiuti) al sistema é stata fortemente limitata. E da qualche giorno anche gli utili farlocchi delle banche, quelli da carry trade (operazioni sulle monete), sono finiti, per cui anche quel propellente, vacuo e di corto respiro, é venuto meno.

Cosa é logico che succeda ora? Che l’S&P (l’indice forse più rappresentativo di Wall Street) riesca finalmente a tornare verso quota 950, possibilmente anche meno, che gli altri indici scendano di conseguenza e che pertanto i mercati si riadeguino all’economia reale. In questo modo si potrà avere quell’autunno e poi il fine anno con i rialzi che tutti aspettano. E con la crisi davvero alle spalle.

(da “Repubblica” del 18 luglio 2010)

Categories: Finanza

UNA NUOVA CRISI?

lunedì, 5 luglio 2010 Lascia un commento

Siamo alle soglie di una nuova recessione? Insomma, del temuto double dip?I dati della settimana appena trascorsa parlano chiaro: rallenta tutto. La disoccupazione (reale) in America aumenta di nuovo, i cantieri si stanno fermando, gli ordini diminuiscono. Anche dalla Cina é arrivato un segnale di decelerazione, forse voluta. Senza scomodare i teorici del double dip (cioè di una ricaduta pesante della crisi), va detto che poteva apparire troppo bello che la crisi più violenta della storia del mondo globalizzato si potesse risolvere in meno di diciotto mesi. E infatti, forse, qualcosa di più profondo rischia sconvolgere questa illusione.

In realtà in molti avevamo avvertito della possibile decelerazione nella seconda metà dell’anno, però l’entusiasmo per la nuova crescita ed il vigore stesso del recupero avevano preso il soprav­vento. Poi le speculazioni contro l’euro, la comparsa della crisi greca e di qualche altro paese europeo avevano messo avanti altri problemi. Infine, come conseguenza di tali nuove mini crisi, l’orientamento dei governi verso politiche più restrittive che espansive ha completato il quadro. Che ora sembra ben brutto. Forse non é un caso che il dollaro verso la fine della settimana si sia di nuovo indebolito. E se anche qualche europeista ad oltranza ha voluto vedere più un euro in rafforzamento che la valuta americana venduta con decisione, bisogna stare attenti.

Il clima è cambiato. Dai blog più frequentati, ad esempio, arrivano segnali di paura, di insoddisfazione crescente, di ritorno alla situazione di più di un anno fa, che sembrava debellata. Pensiamo pertanto alle conseguenze di tutto ciò. La prima – e più evidente, logica – é che le borse dovrebbero continuare ad indebolirsi. Lo Standard & Poors 500 che va sotto ai minimi di febbraio é un segno inequivocabile e il consensus dei più realisti é che possa cedere – a breve – un ulteriore dieci per cento. Lo stesso andamento di venerdì degli indici americani ha dimostrato che – pur con volumi scarsi – la volatilità era forte, le spinte “politiche” verso l’alto erano robuste, ma alla fine tutti e tre i principali indici hanno chiuso in negativo.

Con un ripiegamento sul finale che ha molto insospettito. Altra conseguenza dovrebbe vedersi sul cambio euro dollaro che, come si era già scritto, sembra aver già finito la sua scivolata verso la parità e la cosa più probabile é che il canale 1,20 – 1,30 (forse 1,15 – 1,25) resti, almeno fino alla fine dell’anno, il riferimento centrale. E le tante banche che preconizzavano un crollo senza fine della valuta europea saranno probabilmente deluse. Tra l’altro la Germania continua ad assumere, il tasso di disoccupazione scende ormai in modo costante e se anche le vendite di auto all’interno subiscono – come in tutti i paesi occidentali – l’effetto degli incentivi, quelle sull’estero hanno segnato un aumento del 26 per cento solo in giugno. E il paese comincia a credere in un crescita globale di almeno il 2 per cento quest’anno.

Qui la conseguenza ipotizzabile é che la Germania diventi veramente la padrona d’Europa. L’ultima delle conseguenze riguarda il vero, unico e solo protagonista della recente crisi: il debito. Che infatti aumenterà perché i governi (centrali e regionali) non potranno che allargare i propri bilanci per far fronte alle esigenze di banche, imprese e cittadini. Poi arriveranno le banche e le imprese a chieder altri soldi. Ciò produrrà inevitabilmente un innalzamento dei tassi se non altro per la concorrenza tra emittenti.

Conseguenza delle conseguenze: un impoverimento globale della parte ricca del mondo, parte che ha vissuto da cicala negli ultimi venti anni usando soldi più virtuali che reali. Pertanto non certo un dramma enorme, specie se é solo un ridimensionamento, però un bel problema, specie per certe classi di reddito che hanno fatto eccessivo affidamento su una ricchezza che – alla fine, ma bastava un po’ di attenzione per accorgersene – non era loro.

Categories: Finanza, Generale, Italia

BORSE / CAMBIO DI MARCIA?

martedì, 15 giugno 2010 Lascia un commento
Gli esperti di analisi grafica non hanno dubbi. Già qualche settimana fa avevano detto che verso metà giugno i mercati avrebbero fatto un’inversione di marcia e avrebbero smesso di scendere. Da lì sarebbe partita la risalita dei listini. Al punto che il 2010 potrebbe addirittura chiudere con un buon guadagno in termini di quotazioni finali. Per ora sembra che i mercati stiano facendo estatamente quanto “previsto” dall’analisi grafica. Va solo detto che lo scenario dell’economia internazionale è ancora troppo in movimento e troppo infestato da mine e pericoli per credere che tutto filerà via liscio. Per ora, comunque, c’è il rialzo e vale la pena di goderselo.
Categories: Finanza, mercati
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