I BRAND ALLA GUERRA
A vedere i conti di certe medio-grandi aziende italiane non ci si ricorda nemmeno più della crisi. Sembrano tornati gli anni d’oro. Mesi fa avevamo anticipato che, specie nel secondo trimestre, le multinazionali tascabili di casa nostra avrebbero presto accelerato. Da qualche giorno abbiamo i risultati semestrali, risultati che danno buon conto dell’andamento del periodo. Quasi ovunque ottimi dati: dal più 6 per cento dei ricavi della Indesit al più 12 per cento del fatturato di Bulgari, dal più 22 per cento, sempre del fatturato, di Zignago Vetro, al più 21 per cento di Interpump fino al più 28 per cento di Datalogic e, non ultimo, il più 31 di Brembo.
Ma quel che più conta sono le cifre della redditività netta che in qualche caso fanno dei veri e propri salti. Se anche si considera che il primo semestre 2009 é stato molto brutto, fa molto piacere – da sostenitori dell’importanza di questo segmento di aziende nell’intera economia nazionale – assistere a rimbalzi così consistenti degli utili. Basti dire che molti medi gruppi italiani sono passati da una perdita dell’anno scorso ad utili in qualche caso molto consistenti.
Qualche esempio anche qui: Zignago Vetro che aumenta gli utili netti di oltre il 33 per cento, Brembo e Datalogic da una lieve perdita 2009 a utili multimilionari, che in percentuale si avvicinano a quelli degli anni record, Interpump che li incrementa dell’80 per cento. Prada, pur non essendo quotata in borsa, ha fatto vedere risultati eccezionali, con una crescita del 29 per cento del fatturato e tutti i margini in forte crescita.
Vedere questi dati e pensare che la crisi sia del tutto superata parrebbe logico. E invece no. La crisi potrebbe infatti essere alle spalle, ma solo di chi ha marchi forti, tecnologie vincenti, prodotti all’avanguardia. Per tutti gli altri la vita é ancora molto difficile e infatti non passa giorno che non si legga di società che riescono faticosamente a sopravvivere con ristrutturazioni e riscadenziamenti di debiti, sforzi per non soccombere a fronte di un peso di oneri finanziari non più sopportabili ed ecco i casi delle varie Poltrona Frau, Sirti, Castelgarden, Ferretti, Socotherm, Saviola, Saeco, Zucchi; l’elenco sarebbe lunghissimo. Si parla complessivamente di ristrutturazione di debiti per quasi cinquanta miliardi di euro nell’ultimo anno.
Un fenomeno probabilmente mai stato visto in Italia in queste dimensioni. Pensare solo uno o due anni fa che sarebbero finiti in procedure di amministrazione straordinaria o addirittura in fallimento gruppi come Burani, Ittierre, Viaggi del Ventaglio, Snia sarebbe stato da pazzi. E invece é successo. E fuori della porta delle principali banche italiane c’é la coda di società di tutte le dimensioni che dichiarano di non essere in grado di far fronte ai propri debiti. E le banche, dal canto loro, stanno cercando di prendere tempo e più che altro di allungare i tempi di rimborsi che forse non avverranno mai.
Questo é comunque uno spaccato non solo italiano, perché in Germania e Francia il quadro é molto simile, in Spagna é peggio ed anche i dati industriali aggregati della prima metà del 2010 sulle medie e medio grandi aziende lo dimostrano. La seconda metà dell’anno sarà più difficilmente decifrabile, il rallentamento in Asia e in Usa non aiuta, l’Europa va meglio del previsto ma non assorbe più di tanto i prodotti che le aziende sfornano. Il dato di luglio sulle auto é terrificante, gli effetti sull’indotto sono immaginabili e non si riesce a capire se va fatto il tifo per ulteriori incentivi che diano una nuova spinta al mercato o se sia più logico aspettare che il mercato si aggiusti da solo. Senza doping. Più che uno spaccato dell’economia sembra sempre di più emergere la spaccatura trasversale tra settori: da una parte aziende ottime che migliorano e, dall’altra, società in lenta, ma spesso inarrestabile, agonia. Qualcun altro si appresta a sparire.
(Da “Repubblica” dell’8 agosto 2010)



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