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Archivio per la categoria ‘imprese’

IN FUGA DAI FONDI

lunedì, 20 settembre 2010 Lascia un commento

I mercati azionari sono diventati talmente speculativi che ci sono operatori che lavorano un’ora all’apertura e un’ora alla chiusura. Tanto, spiegano, in mezzo non succede niente, se non un po’ di altalena. E questo perché le grandi case concentrano l’attività all’inizio e alla fine della giornata borsistica nel tentativo di far segnare ai listini quello che vogliono loro. Quello che accade in mezzo non fa storia e è lasciato nelle mani degli operatori minori.

In mezzo a questa confusione-speculazione si intravedono però delle nuove tendenze. E non sono positive. Due dati arrivati dagli Stati Uniti negli scorsi giorni devono far riflettere. Il primo é la chiusura di oltre quattrocento fondi di investimento, il secondo è l’ulteriore uscita in massa dei risparmiatori dai fondi azionari. Due elementi per una conferma: l’americano ha sempre meno voglia di comprare azioni.

D’altra parte con le tosature che ha subito negli ultimi anni c’é poco da meravigliarsi. Non solo ma tanti americani, cosi come tanti altri nel mondo, devono concentrare le proprie sostanze per vivere, ora che i guadagni di ogni nucleo familiare sono scesi, per pagare il mutuo e non perdere la casa e, per chi può, per dedicare risorse a cose più importanti di quella quota di risparmi che fino a ieri serviva per provare a guadagnare qualche soldo extra. Ora, lentamente, ma inesorabilmente, parte di quella massa di denaro viene meno. E soprattutto, con masse da amministrare ridotte, alcuni gestori non riescono più a raggiungere il pareggio dei costi e sono costretti a chiudere.

Che ci volesse una razionalizzazione di un settore che era cresciuto oltre ogni logica lo si sapeva. Ma che in poche settimane centinaia di società di gestione di fondi abbiano chiuso fa effetto. Forse pero’ fa ancora più effetto la quantità di riscatti dai fondi azionari in genere, per miliardi di dollari, perché – se non ora, nel tempo – potrebbe venir meno quel propellente finanziario che tanto é servito per lo sviluppo di gruppi industriali in tutto il mondo. Le cifre dei riscatti sono ancora modeste, se le si paragona allo spessore totale dei listini. Pero’ se la cosa andrà avanti il fenomeno potrebbe diventare preoccupante.

Anche perché ci aspetta una stagione di ricapitalizzazioni obbligate in quasi tutte le grandi banche del mondo. Per raggiun­gere i ratio minimi di solidità, per coprire i buchi di bilancio, insomma per poter ricominciare a fare attività senza l’angoscia di poter avere problemi di liquidità da un momento all’altro. Per ora i più accorti si sono messi a emettere obbligazioni e non passa giorno che non escano nuove proposte. Ma quanto ossigeno ha il mercato per continuare a sottoscriverle? Anni fa si poteva sostenere che il private equity avrebbe supplito pesantemente alle necessità di capitali per aziende e banche, visto che erano pieni di liquidità da investire.

Oggi pero’ quelli che per una breve stagione erano stati dipinti come i nuovi padroni del mondo sono – in parecchi casi – con le ossa rotte dalla loro stessa aggressività. Operazioni con leve finanziarie esagerate, società strapagate, acquisti basati su crescite ben presto rivelatesi irrealistiche sono solo tre delle principali categorie dei tanti errori da loro commessi. Ed ecco che anche qui fondi prestigiosi come Candover (protagonista in Italia di grandi operazioni come Ferretti e Technogym) chiudono bottega, molti altri sono lacerati da lotte intestine tra gestori e non riescono neanche più a investire i pochi soldi residui. Altri ancora hanno semplicemente finito i soldi e non ne trovano di nuovi perché i loro investitori (grandi banche, assicurazioni, fondi di previdenza ad esempio) hanno a loro volta capito che é iniziato un periodo in cui é bene non sperare in operazioni con alti ritorni a fronte di altissimi rischi, ma é bene accontentarsi di rendimenti più modesti. Ma più sicuri.

(da “Repubblica” del 19 settembre 2010)

I BRAND ALLA GUERRA

martedì, 10 agosto 2010 Lascia un commento

A vedere i conti di certe medio-grandi aziende italiane non ci si ricorda nemmeno più della crisi. Sembrano tornati gli anni d’oro. Mesi fa avevamo anticipato che, specie nel secondo trimestre, le multinazionali tascabili di casa nostra avrebbero presto accelerato. Da qualche giorno abbiamo i risultati semestrali, risultati che danno buon conto dell’andamento del periodo.  Quasi ovunque ottimi dati: dal più 6 per cento dei ricavi della Indesit al più 12  per cento del fatturato di Bulgari, dal più 22 per cento, sempre del fatturato, di Zignago Vetro, al più 21  per cento di Interpump fino al più 28 per cento di Datalogic e, non ultimo, il più 31 di Brembo.

Ma quel che più conta sono le cifre della redditività netta che in qualche caso fanno dei veri e propri salti. Se anche si considera che il primo semestre 2009 é stato molto brutto, fa molto piacere – da sostenitori dell’importanza di questo segmento di aziende nell’intera economia nazionale – assistere a rimbalzi così consistenti degli utili. Basti dire che molti medi gruppi italiani sono passati da una perdita dell’anno scorso ad utili in qualche caso molto consistenti.

Qualche esempio anche qui: Zignago Vetro che aumenta gli utili netti di oltre il 33 per cento, Brembo e Datalogic da una lieve perdita 2009 a utili multimilionari, che in percentuale si avvicinano a quelli degli anni record, Interpump che li incrementa dell’80  per cento. Prada, pur non essendo quotata in borsa, ha fatto vedere risultati eccezionali, con una crescita del 29 per cento del fatturato e tutti i margini in forte crescita.

Vedere questi dati e pensare che la crisi sia del tutto superata parrebbe logico. E invece no. La crisi potrebbe infatti essere alle spalle, ma solo di chi ha marchi forti, tecnologie vincenti, prodotti all’avanguardia. Per tutti gli altri la vita é ancora molto difficile e infatti non passa giorno che non si legga di società che riescono faticosamente a sopravvivere con ristrutturazioni e riscadenzia­menti di debiti, sforzi per non soccombere a fronte di un peso di oneri finanziari non più sopportabili ed ecco i casi delle varie Poltrona Frau, Sirti, Castelgarden, Ferretti, Socotherm, Saviola, Saeco, Zucchi; l’elenco sarebbe lunghissimo. Si parla complessivamente di ristrutturazione di debiti per quasi cinquanta miliardi di euro nell’ultimo anno.

Un fenomeno probabilmente mai stato visto in Italia in queste dimensioni. Pensare solo uno o due anni fa che sarebbero finiti in procedure di amministrazione straordinaria o addirittura in fallimento gruppi come Burani, Ittierre, Viaggi del Ventaglio, Snia sarebbe stato da pazzi. E invece é successo. E fuori della porta delle principali banche italiane c’é la coda di società di tutte le dimensioni che dichiarano di non essere in grado di far fronte ai propri debiti. E le banche, dal canto loro, stanno cercando di prendere tempo e più che altro di allungare i tempi di rimborsi che forse non avverranno mai.

Questo é comunque uno spaccato non solo italiano, perché in Germania e Francia il quadro é molto simile, in Spagna é peggio ed anche i dati industriali aggregati della prima metà del 2010 sulle medie e medio grandi aziende lo dimostrano. La seconda metà dell’anno sarà più difficilmente decifrabile, il rallentamento in Asia e in Usa non aiuta, l’Europa va meglio del previsto ma non assorbe più di tanto i prodotti che le aziende sfornano. Il dato di luglio sulle auto é terrificante, gli effetti sull’indotto sono immaginabili e non si riesce a capire se va fatto il tifo per ulteriori incentivi che diano una nuova spinta al mercato o se sia più logico aspettare che il mercato si aggiusti da solo. Senza doping. Più che uno spaccato dell’economia sembra sempre di più emergere la spaccatura trasversale tra settori: da una parte aziende ottime che migliorano e, dall’altra, società in lenta, ma spesso inarrestabile, agonia. Qualcun altro si appresta a sparire.

(Da “Repubblica” dell’8 agosto 2010)

L’ITALIA IN PANCHINA

lunedì, 28 giugno 2010 Lascia un commento

L’Italia, tutta l’Italia, fuori dal campionato mondiale dell’economia? In questi giorni si dice (e si scrive) che la nostra sconfitta ai mondiali di calcio e l’incerto procedere della vicenda dello stabilimento di Pomigliano avrebbero danneggiato la nostra immagine internazionale. Forse è vero. Ma va detto subito che non c’era bisogno, purtroppo, di questi eventi. Non da oggi siamo un paese assai poco attraente per gli investitori stranieri. E allora ci si può domandare: come mai?

Un imprenditore al quale ho girato la domanda mi ha risposto con un’altra domanda: “Se lei avesse 100 milioni di euro per un investimento industriale, andrebbe a fare un impianto in Grecia?”. Ovviamente no, è stata la mia risposta. “Ecco – ha proseguito lui – se pone la stessa domanda a francesi, tedeschi e inglesi a proposito dell’Italia si sentirà dare la stessa risposta: no”.

La ricerca continua sentendo altri pareri di imprenditori e di banchieri. Una delle prime conclusioni alle quali si arriva è che questo paese, dall’estero, è visto come una realtà ingessata, nel quale non accade niente di significativo sotto il profilo economico. Un banchiere tedesco fa addirittura dello spirito: “Ottimi gli spaghetti, e anche la Scala, ma per gli affari è meglio guardare altrove. Siete simpatici e molto divertenti, ma pensiamo che non siate nemmeno più dei professionisti. I nostri funzionari adorano venire, per qualche giorno in Italia, ma sanno benissimo che i soldi veri si fanno altrove”.

Un imprenditore che ha molti rapporti con l’estero spiega: “L’Italia è ingessata, è tutto lentissimo e sempre un po’ incerto. Ma, soprattutto, non succede niente. Tutti i mercati, qui, sono ormai saturi. Aprire un’impresa qui è un po’ come andare a tirare su un capannone in mezzo al deserto, per quanto riguarda i clienti, la domanda. Le imprese multinazionali preferiscono andare dove ci sono mercati in crescita, opportunità di lavoro e di affari. Poi dicono che l’Italia è un paese davvero strano”.

E cioè?

“E’ un  paese nel quale, ad esempio, è molto sconsigliato andare a investire da Roma in giù. Quel territorio, il Mezzogiorno d’Italia, sarebbe l’ideale per il nuovo trend dell’energia rinnovabile (il solare in  particolare). Ma chi si fida a sistemare grossi impianti delicati nei luoghi controllati dalla malavita organizzata”.

Insomma, non abbiamo proprio niente di interessante? Siamo un paese destinato a stare perennemente in panchina, fuori dal campionato?

“No – risponde un imprenditore del Veneto -. Qualcosa c’è. Ad esempio è indubbio che abbiamo un talentaccio per il design, il gusto, la moda, lo stile. Non a caso la Volkswagen si compra Giugiaro. Nello stile siamo bravi. E infatti, forse non tutti lo sanno, il 70-80 per cento delle scarpe di lusso del mondo vengono fatte nel Veneto. Il colosso francese Lvmh ha messo la sede delle sue scarpe proprio qui nel Veneto. E questo accade perché qui c’è una tradizione artigiana molto antica. Che è quasi impossibile riprodurre altrove. Le scarpe economiche, di plastica, si possono fare ovunque, ma per quelle di classe ci vogliono le mani degli artigiani veneti. Come, per le lavorazioni in pelle, ci vogliono gli artigiani delle Marche. Ma tutto questo, evidentemente, non fa di noi un paese interessante, in generale, per le multinazionali. Aggiunga, infine, che mediamente abbiamo paghe basse (e quindi lavoratori non proprio felici), ma un costo del lavoro molto elevato, e il quadro sarà completo”.

L’Italia, sembra di capire, ha un destino da “fuori campo”, da panchina, non perché ha perso i mondiali o per la vicenda di Pomigliano, ma perché è un paese che non ha saputo fare una politica di valorizzazione dei talenti e non ha creato centri di eccellenza tecnologica. In più è un paese ingessato: grandi dibattiti, ma nessuna decisione seria.

Categories: Generale, imprese, Italia

Pil italiano in marcia verso il 2%

venerdì, 31 agosto 2007 Lascia un commento

di Mariangela Tessa 

Notizie positive dall’economia italiana. Oggi, l’Isae ha diffuso l’indice sulla fiducia delle imprese di agosto, che ha mostrato un miglioramento a 94,2 punti dai 93,5 del mese di agosto. Il dato, leggermente superiore alle stime del mercato, è il risultato principale della ripresa degli ordini industriali. Un segnale positivo – commentano gli analisti di Unicredt – che smorza le preoccupazioni del mercato, dopo flessione di luglio. Non solo. La ripresa – aggiungono – acquista ancora più enfasi, perché arriva in un mese, quello di agosto,  in cui le previsioni sul Pil mondiale sono diventate più caute.

In termini di crescita – spiegano ancora gli analisti – il dato sulla fiducia di agosto indica che per l’economia italiana il peggio è alle spalle. La fase di rallentamento attraversata dall’ economia italiana nei primi sei mesi dell’anno (+0,8% annualizzato) sarà compensata già dai dati del terzo trimestre, quando è attesa una crescita annualizzata del 2%. Un rimbalzo che, stando alle previsioni degli analisti, dovrebbe essere alimentato dal balzo in avanti della produzione industriale. Che, per motivi di calendario, era stata eccessivamente penalizzata nel corso dei primi due trimestre. Un po’ di cautela è tuttavia d’obbligo. Gli effetti delle turbolenze dei mercati delle ultime settimane sull’economia reale saranno visibili negli indicatori economici in pubblicazione da settembre in avanti. Meglio, dunque, aspettare ancora un po’ prima di fare i salti di gioia.

Categories: Generale, imprese, Italia

Cambi, tassi e petrolio scoraggiano le imprese

giovedì, 26 luglio 2007 Lascia un commento

di Daniela Braidi  

Battuta d’arresto, a luglio, per la fiducia delle imprese. In Italia l’indice calcolato dall’Isae è sceso più delle attese e si è riportato al livello più basso degli ultimi 17 mesi passando a 93,3 da 95,9 di giugno (dato corretto al ribasso da precedente 96,3).  “Il deludente dato riflette l’impatto negativo del rafforzamento dell’euro (che potrebbe penalizzare le esportazioni) e del rialzo del prezzo del greggio (che potrebbe innalzare i costi per le imprese) e anche delle prospettive di ulteriori rialzi del costo del denaro. Tuttavia, il peggio, sia per la valuta che per il greggio, sembra essere alle nostre spalle. Perciò ci aspettiamo un recupero della produzione industriale nella seconda metà dell’anno”, commentano gli analisti di Unicredit. 

Meno ottimisti anche gli imprenditori tedeschi, con l’indice Ifo sceso a luglio a 106,4 punti da 107 di giugno. Il risultato è in linea con le attese e conferma il trend discendente dal massimo storico di 108,7 toccato a dicembre 2006.“Siamo comunque ancora ampiamente al di sopra della media di lungo termine (96,2) e di un punto e mezzo al di sotto della media del secondo trimestre (108,1)” dicono gli economisti di Intesa Sanpaolo sottolineando che “per il momento l’apprezzamento dell’euro ha avuto un impatto limitato” sull’umore delle imprese tedesche, anche se “cominciano a scontare un quadro meno roseo di qui a sei mesi”: in base ai risultati del sondaggio condotto tra 7.000 imprenditori, l’indice Ifo sulla situazione attuale è sceso infatti meno del previsto (da 111,4 a 111,3, contro un atteso 111), mentre l’indice l’indice Ifo sulle aspettative a sei mesi è diminuito più delle attese (da 102,8 a 101,8, contro un atteso 102).

 

Categories: fiducia, Ifo, imprese, Italia, luglio
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