Crisi nella zona euro: è cambiata l\’aria – Quotidiano Net
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Il Rosso e il Nero – KAIROS
Settimanale di strategia
DI ALESSANDRO FUGNOLI
L’OCCHIO DEL SERPENTE 24 febbraio 2011
Mercati troppo preoccupati, ma anche troppo poco
E’ possibile che ci sia nei mercati troppo pessimismo sul breve termine e troppo poca consapevolezza dei rischi sul medio. Rivoluzioni e sommovimenti alternano fasi concitate e drammatiche a momenti di apparente vuoto e durano a lungo, mesi, anni, decenni.
Dalla Bastiglia al Termidoro passano cinque anni e non tutti i giorni si ghigliottinano nobili e re o si invadono le strade di Parigi o si promulgano nuove costituzioni. La Cnn avrebbe mandato un inviato di prestigio a trasmettere da Place de la Concorde (all’epoca Place de la Révolution) solo nei momenti cruciali e avrebbe affidato la copertura dei lunghi tempi vuoti a qualche oscuro corrispondente locale.
La Somalia, lo sbocco più temuto per la crisi libica, si distrugge e si ricrea in forme sempre più inquietanti dal 1978 e sperimenta con un certo successo il progressivo ritorno allo stato di natura, quello che precede il pactum unionis e il pactum subiectionis. Parliamo di 33 anni, non di un paio di settimane.
I mercati, esattamente come i media, devono occuparsi di tutto e non possono mettere a fuoco più di una o due cose alla volta. Come il sistema visivo degli insetti e dei rettili, percepiscono il movimento, ma non appena subentra la quiete si mettono a pensare ad altro. Come ora non sembrano più
dedicare attenzione alla fine dell’euro o all’espansione globale, così (augurabilmente) fra non molto smetteranno di pensare al Nordafrica e al petrolio.
La Tunisia e l’Egitto sono già rientrati nell’ombra e il Bahrain si appresta a seguirli. Molte cose affascinanti stanno continuando a succedere, ma sono di interesse per i cultori della materia, molto meno per i mercati globali.
Anche la Libia, a un certo punto, troverà qualche forma di temporaneo equilibrio. Non va poi dimenticato che i soldi del petrolio fanno comodo a tutti. Una delle ipotesi più temute, la guerra civile prolungata (peraltro poco verosimile), richiederebbe molti soldi per essere finanziata. In Angola, dove è stata particolarmente feroce ed è durata dal 1975 al 2002, i pozzi petroliferi di Cabinda non hanno smesso di funzionare neanche un giorno e l’estrazione di diamanti ha ricevuto grande impulso. In Costa d’Avorio, dove è in corso dal 2002 un conflitto civile, il blocco delle esportazioni di cacao è dovuto alle sanzioni internazionali, ma il presidente Gbagbo, fosse per lui, ne produrrebbe e venderebbe il più possibile.
Presto, quindi, si constaterà che il greggio e il gas, nel mondo, sono in questo momento ben domandati ma anche ben offerti. Si prenderà atto del fatto che l’Egitto produce come prima, che il Bahrain estrae ormai da tempo quantità irrisorie e che l’Arabia Saudita, quando come oggi si è impegnata a produrre di più, l’ha sempre fatto.
Quello che ci porta a essere prudenti e a non proporre un rientro particolarmente aggressivo sulle borse (o un’uscita dai Treasuries) non è dunque una valutazione geopolitica di breve termine, ma il fatto che i movimenti di queste ore potrebbero prolungarsi perché si saldano all’ipotesi di correzione (al ribasso sulle borse e sui crediti e al rialzo sui governativi di qualità) su cui i mercati si affannano da tempo e che ora appare legittimata dalle circostanze.
Come non abbiamo raccomandato di vendere le posizioni strategiche la settimana scorsa, così questa volta la correzione del 3 per cento dai massimi dell’SP 500 (da 1343 a 1300) non appare tale da sollecitare acquisti aggressivi. Quello che si può fare, e non è poco, è ritornare da sovrapesati a neutrali sui petroliferi e reinvestire il ricavato su auto e altri ciclici che sono stati particolarmente presi di mira in questi giorni.
Anche alcuni mercati emergenti, oggetto in queste ore di capitolazione, meritano attenzione, quanto meno tatticamente (strategicamente è meglio
aspettare l’estate). In particolare la Russia, punita in quanto emergente quando dovrebbe invece essere premiata nella sua veste di grandissimo produttore di gas e di petrolio.
La capitolazione sugli emergenti è legata all’idea che l’inflazione sia alla fine ancora più alta delle attese, al punto da rendere necessaria una risposta sui tassi così forte da porre termine all’espansione. Per i paesi sviluppati i timori non arrivano a questo punto, ma si traducono comunque nell’avvicinamento dei tempi per un rialzo dei tassi ufficiali. A parte il Regno Unito, questi timori paiono francamente eccessivi. Ricordiamo che un rialzo di 10 dollari del greggio (o anche di più) non ha praticamente conseguenze se dura solo per un breve periodo.
Quando questa ondata di paura passerà, il rischio per i mercati sarà quello di rimuovere i problemi geopolitici che invece, con i loro tempi magari rallentati rispetto ai ritmi convulsi delle ultime settimane, continueranno a lavorare sotterraneamente.
Cominciando da est, avremo un Iran intenzionato a proseguire con metodo la destabilizzazione dei piccoli stati del Golfo, con sullo sfondo l’obiettivo grosso, la parte orientale dell’Arabia Saudita. Anche se si parla meno del Bahrain, il lavoro di indebolimento della monarchia filoamericana prosegue e mostra una capacità politica che non è certo quella dei movimenti spontanei.
La storia delle piazze autoconvocate piace in Occidente e piace ancora di più il particolare, tutto sommato secondario, che questo avvenga attraverso Facebook o Twitter piuttosto che per telefono (o suonando le campane come si usava nel Medioevo europeo). Naturalmente la componente democratica di questi movimenti va apprezzata e valorizzata, ma non va dimenticato che nelle rivoluzioni chi scuote l’albero non è quasi mai lo stesso che poi passerà a raccogliere i frutti.
L’Iran, considerando debole la presidenza americana, continuerà a testarla con punture di spillo via via più determinate. Oggi abbiamo due navi militari che passano Suez, domani avremo esercitazioni navali vicino a Israele e provocazioni in crescendo.
Quanto al Nordafrica, la Fratellanza Musulmana è il candidato naturale a raccogliere i frutti dall’Egitto al Marocco. La vera grande battaglia sarà in Algeria, dove il Fnl, per quanto corrotto da mezzo secolo di potere, siconsidera ancora pienamente legittimato a governare dalla durissima guerra d’indipendenza combattuta contro i francesi.
Nessun esito è scontato e l’America e l’Europa, se sapranno muoversi con intelligenza, potranno favorire esiti positivi o almeno accettabili.
Per chi sta sui mercati gli eventi di questi giorni devono servire da lezione. Il modo più facile per perdere soldi nel 2011 sarà quello di farsi ingolosire quando tutto va bene e spaventarsi e vendere quando insorge qualche complicazione. In pratica, come ricorda El-Erian, le posizioni in portafoglio dovranno avere dimensioni tali da essere sempre mantenibili in caso di stress.
Pensavamo, fino a un paio di settimane fa, che il 2011 sarebbe stato una specie di passeggiata. Niente recuperi clamorosi come quello del 2009, ma una replica del 2010 (l’SP 500 in rialzo dell’11 per cento) e, in più, l’assenza delle tre classiche paure che accompagnano i bull market, ovvero paura dell’inflazione, del rialzo dei tassi e di un rallentamento della crescita. Questo stato di immunità si sarebbe prolungato fino a metà 2012, poi ci sarebbe stato spazio per correzioni, ma il rialzo nel suo complesso avrebbe potuto ancora proseguire.
Avevamo dimenticato che la geopolitica non dorme mai. Come le placche tettoniche si muove in maniera impercettibile per lunghi periodi, salvo svegliarsi all’improvviso in modi ancora largamente imprevedibili.
Portafogli costruttivi e fiduciosi, quindi, ma anche costruiti con criteri antisismici.
Alessandro Fugnoli
Sembra che i fattorini delle maggiori banche, sulle due sponde dell’Atlantico, stiano ammassando discretamente casse di champagne nei loro sgabuzzini. Pur non essendo operatori o esperti di Borsa sentono già profumo di successo e di qualche buon bonus. Ma che cosa sta succedendo? Sia l’America che l’Europa hanno circa il 10 per cento di disoccupati e una ripresa stagnante nel Vecchio Continente e che non vuole decollare negli Stati Uniti. Quello che sta accadendo lo si percepiva da qualche settimana. I mercati, le Borse, hanno voglia di prendersi una bella rivincita, disoccupati o meno, anche con una ripresa per ora un po’ zoppa.
E infatti man mano che passavano le giornate di novembre l’uso in negativo delle reali o presunte crisi irlandesi o portoghesi perdeva peso. Ma si é avuta la conferma del nuovo clima quanto qualcuno ha gridato al default dell’Ungheria e tutto é filato liscio come l’olio. Sui mercati c’è ormai voglia di fine d’anno sugli scudi, in pieno rialzo delle borse. E infatti da qualche giorno le crisi sembrano dimenticate, i dati micro e macro vengono da quasi tutti interpretati in positivo. C’é forse voglia di lasciarsi alle spalle un anno difficile, strano, indecifrabile proprio perché ha fatto vedere di tutto.
E allora cosa di meglio di dare coraggio al mondo con le borse in recupero? Giorni fa uno degli strategist più acuti d’Italia mi ricordava che negli Stati Uniti – di gran lunga il primo mercato del mondo – oltre il quaranta per cento dei consumi dell’anno vengono spesi tra il thanksgiving e i saldi di gennaio. Poche settimane che fanno quasi la metà delle spese di un intero anno. Ed ecco che un po’ di ottimismo può dipingere di rosa l’umore di molti. Già il giorno del ringraziamento ha fatto vedere un ottimo incremento delle spese rispetto al 2009. Natale si preannuncia buono ed i saldi saranno record, lo giurano in molti.
Da inizio d’anno la borsa tedesca e il Nasdaq hanno già guadagnato il 15 per cento gli indici americani sono intorno al 10, ma Giappone, Francia, Italia e Spagna sono ancora con il segno meno. Il sogno di molti é quello di riportarli per capodanno tutti in positivo. Magari con la inattesa quanto piacevole lezione tedesca, dove il mercato in meno di un anno è cresciuto oltre il 20, per dimostrare che ce la si può fare, e alla grande, anche nella vecchia Europa.
Sarebbe un ottimo modo per far partire un 2011 che non sarà facile ma, per le aziende migliori e i paesi virtuosi, sarà meglio di quanto oggi non ci si possa aspettare. Anche le banche di tutta Europa da qualche giorno sembrano non aver più problemi e salgono in borsa. Saranno anche molte le ricoperture, però é un fatto che fino a pochi giorni fa erano piene di titoli tossici e di buchi nei crediti mentre ora si parla già di quanti dividendi daranno.
Ma la sorpresa delle prossime settimane molto probabilmente saranno le small e mid cap, le società di piccola e media capitalizzazione, rimaste molto indietro perché considerate poco liquide e molto pericolose. In realta’ hanno conti spesso ben più solidi delle grandi, hanno superato la crisi assai meglio delle sorelle maggiori e molti analisti le stanno rimettendo sotto la lente. E presto nei portafogli. Ma come si sa il mercato più grande é quello delle obbligazioni, negli ultimi tempi molto sacrificate perché, direttamente o indirettamente, hanno sofferto delle difficoltà dei sistemi paese. I bond bancari sono infatti andati molto giù, le lunghe scadenze anche, qualche utility é stata assimilata ai paesi in crisi e pertanto le sue obbligazioni hanno perso. Talvolta molto. Ma chi ha in portafoglio questi titoli?
Soprattutto investitori istituzionali, banche e assicurazioni. Proprio coloro che non si possono permettere di registrare troppe perdite nel bilancio di fine anno. Per cui c’é chi scommette su un rialzo a breve generalizzato, anche dei bond. Insomma, per fine anno, se non succede qualcosa che al momento sembra difficile prevedere, sara’ per tutti champagne.
(da “REepubblica” del 12 dicembre 2010)
I mercati azionari sono diventati talmente speculativi che ci sono operatori che lavorano un’ora all’apertura e un’ora alla chiusura. Tanto, spiegano, in mezzo non succede niente, se non un po’ di altalena. E questo perché le grandi case concentrano l’attività all’inizio e alla fine della giornata borsistica nel tentativo di far segnare ai listini quello che vogliono loro. Quello che accade in mezzo non fa storia e è lasciato nelle mani degli operatori minori.
In mezzo a questa confusione-speculazione si intravedono però delle nuove tendenze. E non sono positive. Due dati arrivati dagli Stati Uniti negli scorsi giorni devono far riflettere. Il primo é la chiusura di oltre quattrocento fondi di investimento, il secondo è l’ulteriore uscita in massa dei risparmiatori dai fondi azionari. Due elementi per una conferma: l’americano ha sempre meno voglia di comprare azioni.
D’altra parte con le tosature che ha subito negli ultimi anni c’é poco da meravigliarsi. Non solo ma tanti americani, cosi come tanti altri nel mondo, devono concentrare le proprie sostanze per vivere, ora che i guadagni di ogni nucleo familiare sono scesi, per pagare il mutuo e non perdere la casa e, per chi può, per dedicare risorse a cose più importanti di quella quota di risparmi che fino a ieri serviva per provare a guadagnare qualche soldo extra. Ora, lentamente, ma inesorabilmente, parte di quella massa di denaro viene meno. E soprattutto, con masse da amministrare ridotte, alcuni gestori non riescono più a raggiungere il pareggio dei costi e sono costretti a chiudere.
Che ci volesse una razionalizzazione di un settore che era cresciuto oltre ogni logica lo si sapeva. Ma che in poche settimane centinaia di società di gestione di fondi abbiano chiuso fa effetto. Forse pero’ fa ancora più effetto la quantità di riscatti dai fondi azionari in genere, per miliardi di dollari, perché – se non ora, nel tempo – potrebbe venir meno quel propellente finanziario che tanto é servito per lo sviluppo di gruppi industriali in tutto il mondo. Le cifre dei riscatti sono ancora modeste, se le si paragona allo spessore totale dei listini. Pero’ se la cosa andrà avanti il fenomeno potrebbe diventare preoccupante.
Anche perché ci aspetta una stagione di ricapitalizzazioni obbligate in quasi tutte le grandi banche del mondo. Per raggiungere i ratio minimi di solidità, per coprire i buchi di bilancio, insomma per poter ricominciare a fare attività senza l’angoscia di poter avere problemi di liquidità da un momento all’altro. Per ora i più accorti si sono messi a emettere obbligazioni e non passa giorno che non escano nuove proposte. Ma quanto ossigeno ha il mercato per continuare a sottoscriverle? Anni fa si poteva sostenere che il private equity avrebbe supplito pesantemente alle necessità di capitali per aziende e banche, visto che erano pieni di liquidità da investire.
Oggi pero’ quelli che per una breve stagione erano stati dipinti come i nuovi padroni del mondo sono – in parecchi casi – con le ossa rotte dalla loro stessa aggressività. Operazioni con leve finanziarie esagerate, società strapagate, acquisti basati su crescite ben presto rivelatesi irrealistiche sono solo tre delle principali categorie dei tanti errori da loro commessi. Ed ecco che anche qui fondi prestigiosi come Candover (protagonista in Italia di grandi operazioni come Ferretti e Technogym) chiudono bottega, molti altri sono lacerati da lotte intestine tra gestori e non riescono neanche più a investire i pochi soldi residui. Altri ancora hanno semplicemente finito i soldi e non ne trovano di nuovi perché i loro investitori (grandi banche, assicurazioni, fondi di previdenza ad esempio) hanno a loro volta capito che é iniziato un periodo in cui é bene non sperare in operazioni con alti ritorni a fronte di altissimi rischi, ma é bene accontentarsi di rendimenti più modesti. Ma più sicuri.
(da “Repubblica” del 19 settembre 2010)
Anche dagli Stati Uniti arriva qualche segnale di rallentamento. L’Empire State Index (che viene calcolato dalla Fed di New York e che misura l’attività manifatturiera dello stato di New York) è sceso in settembre a 4,1 da quota 7,1 (agosto). Si tratta del livello più basso dal luglio 2009, anche se un valore positivo indica ancora una fase di espansione (sia pure ridotta). La lettura fornita dagli esperti (che si aspettavano una crescita dell’Empire Index) è che la produzione negli Stati Uniti “tiene” ancora, ma senza più la vivacità dei mesi scorsi. Nell’immediato futuro c’è da attendersi un’America al rallentatore. E questo perché i consumi ristagnano (o rallentano addirittura) e anche la ricostituzione delle scorte non sembra destinata a essere robusta come nei passati trimestri. In realtà, a tirare la volata sono soprattutto le economie asiatiche.
Grande rilancio dell’economia europea? Per ora sembra proprio di no. A fronte della grande soddisfazione per l’1 per cento di crescita fatto registrare dall’area euro nel secondo trimestre del 2010 sui tre mesi precedenti (dopo un deludente 0,3 per cento fatto segnare nel primo trimestre dell’anno), ci sono oroscopi assai meno brillanti. Secondo gli economisti delle grandi banche, questo bel risultato rischia di rimanere isolato, una sorta di festa non ripetibile. Per Goldman Sachs nella seconda parte dell’anno (siamo già quasi a metà) la crescita dell’area euro dovrebbe ridursi intorno allo 0,4 per cento, cioè sui livelli del primo trimestre. Secondo gli esperti di Unicredit nel terzo trimestre dell’anno la crescita europea sarà dello 0,4/0,5 per cento e nel quarto scenderà allo 0,2/0,3 per cento. Insomma, si frena. Crescita complessiva stimata del 2010: 1,5/1,6 per cento.
di Giuseppe Turani
Da qualche giorno sui mercati finanziari (e quindi sulla congiuntura più in generale) si aggira il fantasma di Hindenburg, il dirigibile che si è schiantato nel cielo di New York nel 1937. Alcuni esperti di analisi grafica sostengono che, ogni tanto, si fa avanti, appunto, una “figura” che essi chiamano Hindenburg: quando arriva non prevede ribassi, ma semplicemente uno schianto dei listini, che può raggiungere anche il 30 per cento. Insomma, un crash come quello del dirigibile.
Secondo questi esperti, l’Hindenburg (che deve manifestarsi due volte nel giro di 36 giorni), si è già fatto vedere il 12 agosto. Non resta che attendere la seconda apparizione (che ci sarebbe addirittura già stata, per alcuni), e poi ci sarà lo schianto dei mercati, seguito da una crisi finanziaria di grandi proporzioni.
Ma le cose stanno veramente così? Non si può dire con certezza. Le previsioni dei graficisti sono molto simili alla stregoneria, e quindi qualche volta possono anche essere nel giusto.
Quello che si sa di sicuro è che il mercato da qui a fine anno non può attendersi buone notizie. La ripresina che c’è stata nel primo semestre coincideva con la fase di ricostituzione delle scorte (mandate a zero durante la Grande Crisi), fase che è ormai finita praticamente ovunque. E quindi la congiuntura va a rallentare. Si crescerà meno di quello che si era soliti fare e non sarà una faccenda tanto breve. La “bassa crescita” potrebbe durare anche un paio d’anni, in attesa che si rimettano in moto i meccanismi tradizionali dell’economia (soprattutto i consumi americani).
Nel corso di questo biennio il rischio di un double dip (cioè di un ritorno alla recessione) sarà praticamente costante, anche se molto probabilmente non si verificherà perché le autorità monetarie lo sanno benissimo e stanno molto attente. Già a fine mese la Federal Reserve americana dovrebbe varare un piano di interventi proprio per ridare un po’ di smalto all’economia americana e per rialzare la congiuntura a un livello tale che scongiuri il rischio di cadere nel double dip. Inoltre, a partire dall’inizio del 2011 la Cina dovrebbe tornare a investire con forza, e questo finirà per spingere in avanti tutto il sistema degli scambi internazionali.
Ma, nonostante queste consolanti osservazioni, il fantasma di Hindenburg non lascia i mercati. Perché?
La spiegazione è abbastanza semplice. Oggi i mercati vivono una situazione che potrebbe essere definita assurda e che è caratterizzata da due elementi. In giro c’è una liquidità abbondantissima (che le banche centrali si guardano bene dal togliere di mezzo, a causa della bassa congiuntura) e tutto questo denaro non costa praticamente niente. In sostanza: denaro in quantità illimitate e a costo zero. Il sogno di ogni buon speculatore.
E infatti il rischio vero, in una situazione del genere, è appunto che i più temerari (ma anche i compassati geometra Rossi e ragionier Bianchi) vadano a infilarsi in qualche bolla di qualche tipo. In giro ci sono più soldi che occasioni vere e quindi non si può escludere che a fianco della lenta ripresa, del lento riavvio dell’economia possano sorgere e crescere bolle di ogni tipo: dalle materie prime ai titoli azionari.
Gli operatori (che pure stanno approfittando del denaro a basso costo) sanno benissimo tutto questo e quindi stanno molto attenti ai “segnali” che vengono mandati da Hindenburg o da altre diavolerie del genere inventate dai graficisti (i quali, peraltro, giurano che Hindenburg, finora, si è fatto vivo in occasione di tutti i crash degli ultimi venti anni).
In sostanza, tutti sanno che stanno pattinando su un ghiaccio molto sottile e tutti sanno che la loro controparte ha molte probabilità di essere uno speculatore o uno che vuole semplicemente tirare un pacco. Il denaro a costo zero fa tutti un po’ disonesti, e tutti lo sanno.
(da “Repubblica” del 22 agosto 2010)
A vedere i conti di certe medio-grandi aziende italiane non ci si ricorda nemmeno più della crisi. Sembrano tornati gli anni d’oro. Mesi fa avevamo anticipato che, specie nel secondo trimestre, le multinazionali tascabili di casa nostra avrebbero presto accelerato. Da qualche giorno abbiamo i risultati semestrali, risultati che danno buon conto dell’andamento del periodo. Quasi ovunque ottimi dati: dal più 6 per cento dei ricavi della Indesit al più 12 per cento del fatturato di Bulgari, dal più 22 per cento, sempre del fatturato, di Zignago Vetro, al più 21 per cento di Interpump fino al più 28 per cento di Datalogic e, non ultimo, il più 31 di Brembo.
Ma quel che più conta sono le cifre della redditività netta che in qualche caso fanno dei veri e propri salti. Se anche si considera che il primo semestre 2009 é stato molto brutto, fa molto piacere – da sostenitori dell’importanza di questo segmento di aziende nell’intera economia nazionale – assistere a rimbalzi così consistenti degli utili. Basti dire che molti medi gruppi italiani sono passati da una perdita dell’anno scorso ad utili in qualche caso molto consistenti.
Qualche esempio anche qui: Zignago Vetro che aumenta gli utili netti di oltre il 33 per cento, Brembo e Datalogic da una lieve perdita 2009 a utili multimilionari, che in percentuale si avvicinano a quelli degli anni record, Interpump che li incrementa dell’80 per cento. Prada, pur non essendo quotata in borsa, ha fatto vedere risultati eccezionali, con una crescita del 29 per cento del fatturato e tutti i margini in forte crescita.
Vedere questi dati e pensare che la crisi sia del tutto superata parrebbe logico. E invece no. La crisi potrebbe infatti essere alle spalle, ma solo di chi ha marchi forti, tecnologie vincenti, prodotti all’avanguardia. Per tutti gli altri la vita é ancora molto difficile e infatti non passa giorno che non si legga di società che riescono faticosamente a sopravvivere con ristrutturazioni e riscadenziamenti di debiti, sforzi per non soccombere a fronte di un peso di oneri finanziari non più sopportabili ed ecco i casi delle varie Poltrona Frau, Sirti, Castelgarden, Ferretti, Socotherm, Saviola, Saeco, Zucchi; l’elenco sarebbe lunghissimo. Si parla complessivamente di ristrutturazione di debiti per quasi cinquanta miliardi di euro nell’ultimo anno.
Un fenomeno probabilmente mai stato visto in Italia in queste dimensioni. Pensare solo uno o due anni fa che sarebbero finiti in procedure di amministrazione straordinaria o addirittura in fallimento gruppi come Burani, Ittierre, Viaggi del Ventaglio, Snia sarebbe stato da pazzi. E invece é successo. E fuori della porta delle principali banche italiane c’é la coda di società di tutte le dimensioni che dichiarano di non essere in grado di far fronte ai propri debiti. E le banche, dal canto loro, stanno cercando di prendere tempo e più che altro di allungare i tempi di rimborsi che forse non avverranno mai.
Questo é comunque uno spaccato non solo italiano, perché in Germania e Francia il quadro é molto simile, in Spagna é peggio ed anche i dati industriali aggregati della prima metà del 2010 sulle medie e medio grandi aziende lo dimostrano. La seconda metà dell’anno sarà più difficilmente decifrabile, il rallentamento in Asia e in Usa non aiuta, l’Europa va meglio del previsto ma non assorbe più di tanto i prodotti che le aziende sfornano. Il dato di luglio sulle auto é terrificante, gli effetti sull’indotto sono immaginabili e non si riesce a capire se va fatto il tifo per ulteriori incentivi che diano una nuova spinta al mercato o se sia più logico aspettare che il mercato si aggiusti da solo. Senza doping. Più che uno spaccato dell’economia sembra sempre di più emergere la spaccatura trasversale tra settori: da una parte aziende ottime che migliorano e, dall’altra, società in lenta, ma spesso inarrestabile, agonia. Qualcun altro si appresta a sparire.
(Da “Repubblica” dell’8 agosto 2010)
Siamo entrati di nuovo nell’età dell’incertezza. Questa espressione è stata coniata dal grande economista americano John Kenneth Galbraith nel 1977. E ce n’erano tutti i motivi: choc petroliferi, fenomeno delle multinazionali, affacciarsi di nuovi paesi, ecc. Oggi, le ragioni sono diverse, ma identico è il senso di non sapere che cosa accadrà domani e il non sapere che cosa sarebbe più intelligente fare. L’incertezza attuale (che è universale) nasce da vari elementi. Se rimaniamo nel campo dell’economia, la prima cosa che risulta evidente è che la Grande Crisi è stata dichiarata finita, ma nessuno è effettivamente sicuro che tutto sia a posto.
Lo si è visto benissimo con la crisi greca e con gli altri paesi europei, tutti costretti (Italia compresa) a varare di colpo politiche restrittive che finiranno per frenare la già scarsa ripresa europea. E si può aggiungere che dietro la crisi greca ci sono altre crisi potenziali, che speriamo siano tenute sotto controllo. Ma le speranze non sono certezze.
Un altro elemento di incertezza, forse il più importante, riguarda la situazione americana. All’inizio dell’anno, in coincidenza con l’annuncio della fine della crisi, l’economia degli Stati Uniti si era messa a correre a grandissima velocità. E gli ottimisti dissero che quella che era alle nostre spalle era stata una crisi a V: giù di colpo e su di colpo. I più analitici aggiunsero anche qualche particolare. L’America, dissero, ha un parco automobili immenso, ma molto vecchio. Non appena la crisi sarà ufficialmente passata, il mercato dell’auto esploderà e si porterà dietro tutto. Boom.
E, in effetti, la storia delle crisi dice che, all’uscita, i primi due settori che ripartono sono appunto l’auto e le costruzioni. Solo che a sei mesi di distanza non è successo niente. Joe l’idraulico continua a girare c on il suo vecchio pick-up e l’edilizia ristagna. Perché l’America, che sembrava destinata a trascinare di colpo il mondo in un nuovo boom, si sia fermata non è un mistero. Fra crisi e pre-crisi oggi negli Stati Uniti ci sono quasi 15 milioni di disoccupati e la disoccupazione sfiora il 10 per cento. In queste condizioni è molto difficile che riparta qualcosa: all’appello mancano quasi 15 milioni di buste paga. E Joe l’idraulico non ha nessuna voglia di cambiare il suo logoro pick-up.
Nessuno sa come andrà a finire (e con quali tempi). L’unica cosa sicura è che il riassorbimento della disoccupazione americana sarà molto lento e che quindi sarà molto lento il decollo dell’economia. Ma se non riparte quella, sono guai per tutti, visto che i consumatori americani si tirano dietro il 25 per cento del Pil mondiale.
A rendere questa un’età dell’incertezza contribuiscono anche le altre aree del mondo. L’Europa è un mistero. Si sa solo che ogni tre giorni le sue stime di crescita vengono abbassate un po’. Sempre per via di qualche crisi improvvisa tipo Grecia o per le politiche (restrittive) di risanamento, che pur sono indispensabili e inevitabili.
Anche dall’Asia, che finora è stato il solo e unico motore certo dell’economia mondiale, giungono notizie non proprio chiare. Si sa solo che quelle economie stanno frenando. E stanno frenando perché stanno correndo troppo e hanno paura di incendiarsi, con il pericolo di dovere poi usare i freni con ancora più violenza. La mossa è saggia e prudente, ma i risultati sono incerti: frenare le economie non è mai un’operazione semplice. C’è sempre il rischio di overkilling, cioè di sparare troppo forte o di usare cannoni troppo potenti, con risultati devastanti.
Il risultato di tutta questa incertezza è che, per adesso, si prevede nel 2010 una crescita mondiale del 4,7 per cento, che però scenderà subito al 4,2 per cento l’anno dopo. Insomma, siamo su una specie di ottovolante, e non sappiamo bene che cosa potrà capitarci domani.
Sarà così per molto tempo.
(Da “Repubblica” del 25 luglio 2010)
La congiuntura americana si fa difficile. Forse nel primo semestre 2011 la Fed taglierà ancora il costo del denaro.
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