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Archivio per la categoria ‘R&S Mediobanca’

DENTRO E FUORI LE FABBRICHE

lunedì, 6 settembre 2010 Lascia un commento

di Giuseppe Turani

L’Italia rischia davvero di diventare un paese pieno di diritti (battaglia della Fiom-Cgil), ma vuoto di fabbriche? O, meno polemicamente, si rischia davvero, dopo la decisione Fiat di fare un polo automobilistico in Serbia, di andare verso un’emigrazione di massa delle nostre strutture industriali? E’ abbastanza probabile che ci si muova in questa direzione, anche se magari non proprio con un esodo biblico.

E non si tratterrebbe nemmeno di una grande novità. Molti anni fa sono andato a un dibattito a Schio nel Veneto e il tutto avveniva in un centro culturale molto bello e di gran pregio. Quelli del posto lo chiamavano “La fabbrica alta” o “La fabbrica rossa”, e mi hanno spiegato che il nome derivava dal fatto che era una ex-fabbrica tessile a più piani e che nell’Ottocento era la più grande fabbrica tessile d’Europa. Trasformata, alla fine, in un utile (e molto bello) centro culturale. Di globalizzazione non si parlava ancora, ma i cambiamenti erano già in atto.

D’altra parte, basta andare sul sito di Mediobanca, dove ci sono le schede R&S delle più importanti società italiane, per vedere che tante aziende hanno già cominciato la loro emigrazione verso altri lidi. In qualche caso gli addetti “fuori” sono più di quelli “dentro”, cioè in Italia. E, anche se è vero che le aziende meccaniche sono un po’ in prima fila in queste dislocazioni, non sono affatto le sole. E si può anche dire che non ci sono molte distinzioni di settori. Per motivi diversi, raggiunta una certa dimensione, finisce che le aziende costituiscono (o comprano) delle succursali all’estero. Succursali che magari poi diventano più grandi della casa madre.

Pochi esempi. La Candy, elettrodomestici brianzoli, contro poco più di 1700 dipendenti in Italia ne ha 4600 all’estero. La ex – Zanussi (diventata Electrolux, svedese) ha ridotto di molto il polo italiano per spostare la produzione all’estero. La Indesit-Merloni negli ultimi due decenni ha avuto una grande crescita (da tre mila a venti mila dipendenti), ma il “nuovo” è stato quasi interamente collocato in altri paesi. In questo settore, evidentemente, giocano due dei fattori che spingono le aziende a aprire fabbriche all’estero: costi più bassi (e più ordine lungo le linee) e vicinanza ai mercati di sbocco dei prodotti.

E poi c’è anche qualche sorpresa. Se prendiamo la Brembo (freni per auto, primo posto nel mondo), uno dei nostri gioielli industriali, vediamo che anche qui la “migrazione” è già andata avanti. Se nel 2005 il 62 per cento dei dipendenti del gruppo si trovava ancora in Italia, già del 2009 (appena quattro anni dopo) questa percentuale era scesa al 52 per cento e credo che ormai i lavoratori Brembo all’estero siano più numerosi di quelli italiani. E, se non lo sono ancora, lo saranno l’anno prossimo.

Ancora nel Veneto troviamo il gruppo Rosso (abbigliamento Diesel). Già nel 2006 su poco più di 4200 dipendenti quasi tre mila erano non in Italia ma in impianti all’estero. E la Menarini, farmaceutici di Firenze, fra il 2004 e il 2008 ha aumentato i dipendenti all’estero e diminuito quelli in Italia. Nel 2008 contava poco più di 3700 lavoratori in Italia contro quasi nove mila all’estero.

Insomma, il lavoro emigra e non per “cattiveria” o malanimo. Se ne va per ragioni “oggettive”. All’estero spesso costa meno e rende di più, all’estero si è più vicini a mercati che sono molto in crescita (mentre i nostri sono un po’ stagnanti). E, spesso, all’estero ci sono tecnologie interessanti, incorporate dentro aziende che bisogna comprare.

Di fronte a spinte di questa portata gli appelli alla bandiera (o, peggio ancora, alla fedeltà al “territorio”, come predica la Lega) servono a poco. Il lavoro va e segue le convenienze, i mercati, le tecnologie. L’unico modo per non lasciarselo sfuggire è quello di diventare più attrattivi e più interessanti. Ma è proprio su questo punto che non stiamo facendo niente.

 (da “Repubblica” del 5 settembre 2010)

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